
Nei primi anni 70 Stefano Ricci, giovanotto già contagiato dall’inguaribile febbre del tessuto, pensò che anche la più bella cravatta esistente avrebbe potuto essere migliorata. Del resto il meglio, come il peggio, non ha un limite. Così nel 1972 registrò il proprio marchio ed esordì nel ’74 a Pitti Immagine Uomo con una piccola collezione di cravatte realizzate con sete tessute, stampate a mano e cucite secondo quelle che mi appaiono come le cinque regole che ha continuato a seguire: fare, fare in Italia, fare a mano, fare col meglio, fare al meglio.
Tali principi non sono scritti da nessuna parte, ma si leggono chiaramente nella sua opera («opera» che sfila, l’11 gennaio, nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, dove si tenne nel 1952 la prima sfilata della moda maschile italiana, e che riapre per l’occasione: evento che rappresenta la chiusura di un cerchio). «Fare» lo metterei al primo posto, perché il fondamento della sua filosofia è che anche il dettaglio più prezioso non è efficace se non su un supporto che abbia già un proprio valore intrinseco.

E nulla nobilita un prodotto come il lavoro che porta dentro. C’è una seconda fonte di valore assoluto, ed è nella tradizione. Di qui la necessità di produrre in Italia, che quanto a gusto, storia e capacità artigianali non ha rivali. Poiché automazione e informatizzazione tendono a uniformare, non si può trasmettere una sensazione di unicità se le si lascia comandare. Devono solo servire la mano, quando questa ne ha bisogno. «Fare col meglio», la quarta scelta, è la più ardua e precisa. Comporta conoscenza, ricerca e denaro, col rischio di non essere capiti se poi non si fa tutto veramente al meglio, tanto da volare così in alto che tutti ti possano vedere e nessuno raggiungere.


