La mia curiosità e la mia sete di sapere sempre il perché di ogni cosa hanno radici primordiali: amo la storia. Non un caso la scelta e la volontà di tornare a editare e far rivivere una testata come Arbiter, pietra miliare su cui orbita il meraviglioso mondo delle sartorie, del su misura, del fatto a mano, dei tessuti, in Italia e nel mondo. Fulcro d’incontro, un seducente e appassionante tomo di 540 pagine, stampato in tipografia su carta genuina con barbe nel 1760, che mi regalò mia moglie Antonella nel settembre del 2020 per celebrare il debutto del Primo Trofeo Arbiter e di Milano su Misura, letto in cinque anni, pagina per pagina come fosse un breviario.
Un esemplare bellissimo, prima edizione, dell’opera di Pompeo Neri, chiamato dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria a presiedere la Giunta per la riforma amministrativa e per il censimento nei suoi Stati. Una raccolta di editti, ordini, istruzioni, riforme e lettere circolari istruttive, dal luglio del 1749 al marzo del 1758, stilata dalla Reale Giunta relativa al censimento generale dello Stato di Milano del primo Catasto moderno della storia. Importante soprattutto per capire la metamorfosi attraverso la cronaca e il resoconto dell’economia politica dello Stato di Milano. Il legame tra il Catasto Teresiano e le antiche botteghe artigiane e dei laboratori di sartoria non è diretto in termini di «moda», ma è fondamentale per il contesto economico e sociale in cui l’artigianato milanese è germogliato. Il Catasto, completato nel 1760 sotto Maria Teresa d’Austria, è stato un censimento monumentale delle proprietà che ha gettato e creato i presupposti e le basi della Milano moderna. Partendo dalla mappatura dei laboratori, registrando in modo capillare ogni edificio del Ducato di Milano. Questo permette ancora oggi di ricostruire, attraverso il censimento delle proprietà fondiarie e degli immobili, a fini fiscali più che delle destinazioni all’uso e attività commerciali. In sostanza, le botteghe e i laboratori erano censiti come unità immobiliari funzionali alla produzione e alla vendita. Tuttavia, dai documenti emergono dettagli fondamentali sull’assetto del settore tessile milanese e lombardo dell’epoca. Sebbene non esista un numero «certo» dal catasto per l’intera città, i dati storici dell’epoca mettono in luce un tessuto artigianale molto denso e intenso.
La maggior parte delle sartorie e dei laboratori tessili era situata attorno alle parrocchie centrali, vicino al Duomo, lungo via Torino e via Orefici, dove la concentrazione di «fabbricati ad uso bottega» era la norma. Prima delle riforme liberalizzatrici austriache, l’attività era regolata dalle arti e dalle corporazioni. Quella dei sarti era la più numerosa, centinaia i maestri attivi che operavano spesso in laboratori domestici o in piccole botteghe su strada. Milano era inoltre un centro d’eccellenza del settore tessile, soprattutto per la seta e la lana. Il catasto documenta questa potenza attraverso il censimento dei gelsi, fondamentali per i bachi da seta, la cui tassazione era fonte di rendita separata dal fondo agricolo. Uno sviluppo che accomunò tutta la Lombardia: è interessante constatare nella lettura del Catasto Teresiano le attenzioni e le evoluzioni studiate ad hoc su tutto il territorio lombardo. Capitale incontrastata per la seta era Como. Una storia unica per la città, sin dal VI secolo legata alla bachicoltura e alla tessitura della seta. Netta era la distinzione tra chi filava e chi cuciva, tutto grazie ai segreti delle lavorazioni: i setaioli erano protetti e godevano di statuti speciali; i sarti comaschi, sempre più specializzati nell’uso e nel cucire tessuti leggeri e preziosi, diventarono fornitori delle più importanti corti europee, soprattutto verso la seconda metà del ’700. A Bergamo, la produzione tessile era il motore dell’economia. La città celebre per i «panni alti» o lana di alta qualità era sottomessa alla potentissima corporazione dei produttori e dei mercanti di lana, che condizionava direttamente il governo cittadino. I sarti bergamaschi erano specializzati nel lavorare tessuti robusti da esportare verso la Repubblica di Venezia.



