La narrazione di copertina, così come molte altre del passato, nasce da 55 anni di lettura di libri, giornali, saggi, e da serate, pranzi, aperitivi e telefonate chilometriche consumate negli ultimi 30 anni con l’amico Giancarlo, il mitico «Avvocato Maresca». Tra un paio di puff per accendere il sigaro, un commento sull’ultima corrida vista a Siviglia, l’acquisizione della Vitale Barberis Canonico del marchio Solaro, senza mai dimenticare i sarti, le sartorie, i più capaci, competenti, onesti e per bene. Oppure il racconto della degustazione di quattro etichette di grandi bordolesi, abbinate ad altrettanti piatti interpretati dall’amico comune Davide Oldani, assaggi condivisi con tanti «vecchi» amici di Arbiter, gli Andrea: Grignaffini, Vincenzi e Battilani. Certo non può passare inosservato il mondo dei motori: «Ha ragione il grande Luca», commenta Maresca, «quando dice: “… speriamo abbiano almeno il buon senso di togliere il Cavallino”, parlando della nuova Ferrari Luce tutta elettrica». Bello quando entriamo nell’orbita femminile, a noi cara. Inevitabili i commenti sulle icone ammirate sulla Croisette: dal fascino magnetico di Monica Bellucci alla grazia eterea e allure da diva senza tempo di Angelina Jolie, raffrontate al fascino aristocratico di Grace Kelly e alla spontanea sensualità rivoluzionaria di Brigitte Bardot. Ma il tempo più ampio per lo scambio di vedute, domande, confronti, analisi e disquisizioni storiche culturali lo impieghiamo nell’analizzare la società che ruota attorno a noi, al nostro mondo, classico, che difendiamo quotidianamente come i cavalieri di Orlando a Roncisvalle.
Mesi fa, parlando di politiche della remigrazione, integrazione, flussi migratori e della scarsa natalità nel nostro Paese, si è aperto un dibattito immenso. Bello, sincero, colto, legato al passato, al presente e al futuro; nostro, dell’Italia, dell’Europa e di tutto il mondo. Inevitabile partire dal titolo e dalla storia di copertina del numero di gennaio 2011, «I NERI ci salveranno dal ROSSO»; nello strillo, un commento sempre più attuale: «… sarà la vicina Africa a evitare il crac economico europeo». Allora raccontai la storia e l’idea di Mohamed Mo Ibrahim, sudanese, il primo miliardario africano ad avere accumulato le sue fortune con il business. Giusto 20 anni fa Mo lanciò una fondazione che ogni anno premia il leader d’Africa che si è maggiormente distinto per equilibrio, rispetto della democrazia e spirito riformatore; sfide quotidiane che la Mo Ibrahim Foundation (quando posso mi collego e seguo il buon lavoro che cercano di fare) affronta direttamente, con la convinzione che non ci può essere sviluppo senza una buona governance e una leadership al servizio dei cittadini, poiché sono il cuore di ogni progresso tangibile e sostenibile nel continente, e non solo. È buon senso, una regola aurea che dovrebbe valere anche per noi, per tutti. Questo è soltanto un piccolo esempio, ma non è il solo obiettivo della fondazione: sotto le sue insegne, infatti, solitamente a giugno, si riuniscono imprenditori e uomini di Stato africani per mettere a punto una carta per l’unità finanziaria, obiettivi di giustizia e piattaforme per costruire alleanze, fiducia e proattività nel Continente. Nella mente ripasso pagina dopo pagina i libri che ho letto (e spesso rileggo) nel corso degli anni, vere pietre miliari della storia del colonialismo, della società africana, europea degli ultimi secoli. Racconti fantastici, indimenticabili, che rimarranno eternamente scolpiti nel cuore e nella mente, di Vittorio G. Rossi, Hemingway, Flaiano, Baronessa von Blixen, Malaparte, Montanelli, Savorgnan di Brazzà; Alla ricerca di Livingstone diStanley, giornalista, quest’ultimo, che non amo molto, al servizio di Leopoldo II del Belgio ossia lo «Stato-azienda» che userà la dinamite per aprirsi la strada a qualsiasi costo nel Congo e ucciderà milioni di africani. Inevitabile, giusto per capire, aprire il cassetto dei ricordi e rivedere alcuni film drammatici, politico-militari e romantici. Come il documentario di Jacopetti e Prosperi del ’66, Africa addio, per capire cosa succedeva realmente nel continente alla fine degli imperi; guerre tribali partorirono ribelli, bande, eserciti di mercenari, altre guerre, terrore, massacri. Peggio del colonialismo. L’Africa si stava spegnendo, tra giochi di potere, dittatori, liberatori, colpi di Stato e tradimenti. Esemplare il film del 1978 diretto da Andrew V. McLaglen I 4 dell’Oca selvaggia: oltre a Richard Burton, Roger Moore e Richard Harris, molti attori del cast avevano prestato servizio nelle forze armate britanniche e nel corpo speciale Sas, tra questi Tullio Moneta, mercenario di professione del 5° Commando in terra d’Africa a cui dedicammo un’ampia intervista sulla sua vita nel numero di luglio 2014. Un po’ d’amore e romanticismo e mal d’Africa lo portarono invece nell’85 Meryl Streep e Robert Redford con La mia Africa, diretti magistralmente da Sydney Pollack.
Perché una terra così importante è considerata Terzo Mondo?
«Caro Franz», continua il Gran Maestro, «pensando all’immagine degradata che abbiamo dell’Africa, mi chiedo come mai gli autori che tu dici, che l’hanno frequentata nella prima metà del secolo scorso come Karen Blixen o Ernest Hemingway, non parlino mai di disagi sociali, carestie, emergenze sanitarie? L’amore li aveva resi così ciechi? Credo piuttosto che a un certo punto nella cultura di massa, anzi dalla cultura di massa, siano stati introdotti delle lenti deformanti che ne hanno mostrato tutte le tipicità come arretratezze. Il punto di non ritorno è stato proprio il capzioso concetto di Terzo Mondo, escogitato nel 1952 da Alfred Sauvy. Nella sua teoria, l’economista francese non faceva riferimento, come molti credono, ai Paesi geograficamente non compresi nel Vecchio o nel Nuovo Mondo», spiega Maresca, «bensì a quelli che politicamente non appartenevano né al Primo Mondo (il Patto Atlantico) né al Secondo (il Patto di Varsavia). La comunità internazionale si adagiò comunque su quella definizione da “bulli” e vi basò un atteggiamento protettivo altamente remunerativo. L’Africa divenne patria di ogni Ong umanitaria e si trasformò in un immenso laboratorio (e mercato) per gli Ogm che non erano stati accettati negli altri continenti. Il nutrire gli affamati, da opera di misericordia, si trasformò in un grande affare. È certo che in Africa una vita valga meno che in Europa, tutto qui? Siamo quindi noi, signori del welfare e della sicurezza, a stabilire la sua quotazione? Non ho risposte, ma a volte le domande sono ancora più utili. Per ora vedo che a Brazzaville o Kinshasa le persone fiere, in giacca e cravatta, sono più che a Milano e hanno di sé stesse più rispetto che a Roma». Da qui il servizio. Andare oltre, riscoprire il Continente Nero, la culla dell’umanità. Se Africa addio era il titolo di un’epoca che guardava con paura alla decolonizzazione, Bentrovata Africa è il saluto a un continente che non è più «oggetto» della storia altrui, ma soggetto attivo del proprio futuro. Per capire perché oggi si debba dire bentornata Africa, e non addio, bisogna fare un passo indietro di due secoli e comprendere e andare a vedere come ci eravamo arrivati noi europei. Un esercizio di pensiero che mi piace, affascinante, che traccia una linea tra l’esplorazione, la diplomazia e la fede, segnando
il passaggio dell’Africa da «terra di conquista» a «terra di speranza».



