di Carlo Rampazzi
Nella Divina Commedia, Dante saluta Oderisi da Gubbio come «l’onor di quell’arte ch’alluminar chiamata è in Parisi». Certo, l’enluminure. La miniatura, prima forma di illustrazione di testi soprattutto sacri, vergati dagli amanuensi del medioevo italiano. Non esisteva la fotografia, ma con i pennelli si potevano inventare e tracciare interi percorsi narrativi. Da qui l’impulso ad afferrare non un rotolo di pergamena come faceva l’artista umbro, ma un foglio di un album da disegno Canson e acquerelli Caran d’Ache: perfetti alleati in una narrazione in cui istinto e ricordi mi hanno portato a tracciare una sintesi dove la severità geometrica di architettura e design fra gli anni 50 e 70 si ammorbidisce in nuove forme creative colorate. Un capitolo a sé la sartorialità milanese, dove l’intransigenza del binomio grigio e blu si amplia e diventa una palette infinita di tonalità. Ed ecco che il rigore viene a patti col colore, si lascia modulare dalla fantasia. Però impone una disciplina estremamente consapevole e colta, fatta di regole inderogabili.
Nuove alleanze fra rigore e colore, dunque.
Se la precisione delle forme esclude sbavature e approssimazioni, la tentazione del colore ha le sue imprescindibili leggi. Quindi va sorvegliata, per non scadere in una banale approssimazione oppure oscillare fra luci abbaglianti e oscurità rumorose. L’obiettivo? Un equilibrio dinamico che però non lascia trasparire traccia dei fermenti, delle riflessioni ma anche della fatica che hanno permesso di costruirlo.



