
La prima gilda di sarti non fu l’Università dei Sartori fondata a Roma da Gregorio XIII nel 1575 e poi rifondata come Accademia dei Sartori nel 1947. Già nel 1351, una Confraternita dei Sartori nasceva a Napoli nella chiesa di Sant’Eligio, nel quartiere Mercato dove tuttora hanno sede molte drapperie all’ingrosso. La qualità dei tessuti in lana e seta lavorati in Campania, in un periodo in cui i materiali venivano considerati anche più determinanti del taglio, favorì lo sviluppo della sartoria lungo tutta la dominazione aragonese. Gli artigiani napoletani cominciarono a essere richiesti dai signori di tutta Europa e già nel 1611 la Confraternita riconosceva nella sola Napoli 607 maestri, un esercito il cui primato durò sino alla fine del secolo. Non tutti sanno che in quella stessa chiesa di Sant’Eligio, e precisamente nella cappella di San Michele Arcangelo, erano esposti i quadri di Angelo Sicignano e Romano di Stefano, due sarti che facevano regolarmente dono alla cappella di parte dei proventi della loro attività. Realizzando i capi in città e vendendoli fuori, pare che oltre che filantropi siano stati i precursori della confezione.
Nel ’700 tale egemonia si appannò, restando la nostra corte ancorata a uno sfarzo che risultava pedante e provinciale rispetto al civettuolo aggiornamento della concorrenza francese e inglese, che prese il sopravvento. Il dinamismo economico e culturale del Regno delle Due Sicilie fece sì che nell’800 Napoli tornasse a essere considerata una capitale del gusto, non seconda a nessun’altra. Il passaggio dall’esibizione all’eleganza, dalla retorica alla canzone, dal vestire per stupire al vestire per raccontarsi, era ormai completamente digerito, al punto da restare la cifra vincente che sarebbe stata ulteriormente sviluppata dal genio visionario e leggero dei sarti napoletani del XX secolo.
I patriarchi della sartoria partenopea del ’900 furono Salvatore Morziello e Renato De Nicola, cui seguirono i Sardonelli, i Caggiula e finalmente l’imprenditore Gennaro Rubinacci, il cui sodalizio col maestro Vincenzo Attolini portò nella giacca napoletana la scioltezza che il mondo sembrava attendere e nessuno riusciva a offrire, anche con le migliori intenzioni. Savile Row, coi tagli english drape prima e London lounge poi, aveva dato morbidezza ai davanti.


