
Vidi Venezia per la prima volta nel 1970, in occasione della gita scolastica di quinto ginnasio. La radio, che era il rifugio dei giovani come oggi la rete, trasmetteva a raffica Fiori rosa fiori di pesco. Battisti vi cantava lo sconcerto e l’illusione, colonna sonora quanto mai adatta alle cotte impossibili di un adolescente imbranato. Da allora sono tornato molte volte nella città che fu nazione per mille anni, che acqua e pietra raccontano con gli stessi silenzi. Ci andavo per il carnevale, per il casinò, per eventi, per lavoro, per amore, rimanendo uno dei tanti che la calpestano sino a quando qualcuno non mi insegnò a viverla. Il segreto non è nei luoghi che si frequentano, quanto nel rapporto con le persone, e a farmelo capire fu Franco Puppato.
Sarto senza incertezze e uomo dagli entusiasmi omerici, a parlarmene fu Lorenzo De Negri, professore d’eleganza di cui ogni parere è una sentenza. Senza mezzi termini, come è suo costume, mi disse che in quanto addetto ai lavori non avrei potuto fare a meno di vederlo all’opera, e io obbediente mi misi quasi immediatamente in viaggio. Il calendario, nel frattempo, era arrivato al 2005. Volevo trattenermi da Puppato il tempo di un’intervista e ci restai tre giorni, in cui nacquero il solaro con cui appaio nel servizio e un’amicizia che ancora mi onora. Con questo numero Arbiter inaugura un ciclo di visite a sartorie d’Italia e del mondo, e ho voluto iniziare da una che conosco bene. Comincerei col dire che, per distinguersi e far distinguere, a un abito di Puppato basta la linea. L’anteriore ruota leggermente in quella volontaria fuga dalla servitù della caduta a drittofilo detta spiombatura, che in sartoria riveste un’importanza centrale. Se il tessuto viene giù dalle spalle come una tenda, la giacca non si apre.
Si può creare dello spazio tra i lembi inferiori tagliandone un po’, ma tale amputazione, peraltro oscena quando si trattano quadri o righe, resta in ogni caso un trucco che non suggerisce il dinamismo di un movimento naturale e non dona alla stoffa il giusto drappeggio nei punti in cui serve. Se chiamiamo gonna la parte inferiore della giacca non è solo perché scende a tronco di cono, ma soprattutto perché il tessuto, per acquisire l’elasticità che gli serve, in quel punto dovrebbe trovarsi al traverso quasi come in una gonna. Una giacca senza spiombatura è nel peggiore dei casi una scatola, nel migliore un esoscheletro da ministro degli Interni. Conferisce autorità, ma aggiunge anche dieci anni e cinque chili che non ci sono ancora, invece di togliere quelli che ci sono già. Un altro punto nevralgico della giacca è il punto vita, che serve a slanciare la figura.


