È il 3 settembre del 1951 quando don Carlos de Beistegui, completato il restauro del salone affrescato dal Tiepolo, diede al Palazzo Labia di Venezia un ballo in costume rimasto nella storia. Invitati con mesi di anticipo, i più celebrati stilisti, aristocratici e artisti intervennero da ogni parte del mondo. Dior e Dalí si disegnarono reciprocamente i costumi e Cecil Beaton realizzò il servizio fotografico, non aggiungo altro. Tra i presenti c’era il conte Rodolfo Crespi, detto Rudi, che mi piace pensare abbia trovato proprio nell’atmosfera di quella notte incantata la spinta a importare a Roma una mondanità totale e contemporanea, fatta di cura da un lato e trasgressione dall’altro.

Avendo isolato i suoi elementi fondamentali, si può dire che sia stato Rudi Crespi a scoprire la formula della dolce vita. In quanto creatore e ambasciatore di un’estetica nazionale che aspirava all’internazionalizzazione, potremmo considerarlo il nostro duca di Windsor. Mentre però il duca aveva la stampa inglese dalla sua, lo spensierato conte doveva subire le critiche dei giornalisti benpensanti. Nonostante i detrattori, col fondamentale contributo della moglie Consuelo O’ Connor il Crespi promosse nell’abbigliamento come nella vita un approccio leggero, tutto italiano.

Non si può dire che lo abbia inventato lui, ma di certo fu tra le antenne che prima intercettarono e meglio ritrasmisero uno stile che, adottato dagli attori in un momento di grazia del nostro cinema, conquistò il mondo nel volgere di pochi anni. Basti pensare al fenomeno londinese dei Mod, ispirati dagli abiti di Mastroianni e motorizzati con la Vespa. Nato come reazione alla monumentalità inglese, fatta di pesi e volumi importanti, lo stile italiano voleva essere una zampata da giovani leoni. Con scarpe leggere, giacche lineari dai baveri contenuti e pantaloni asciutti senza risvolti, l’impianto maschile era improntato a un dinamismo essenziale, reso aggressivo dal drammatico contrasto tra le camicie bianche dagli ampi colli e le cravatte scure e sottili. Sebbene ne sia stata il vivaio, Roma non riconobbe mai questa impostazione come propria, lasciando che diventasse un patrimonio nazionale e come tale venisse saccheggiato.