Il 2020 per Arbiter era iniziato bene. Le nuove idee, i nuovi progetti, i nuovi collaboratori, gli eventi programmati e da mesi in fase di realizzazione appagavano la vita quotidiana della redazione con entusiasmo e adrenalina. Si respirava aria fresca, nuova. Tutti ai remi per andare oltre il mare in tempesta nel quale si trova da anni l’editoria, almeno quella a cui appartengo. Non avendo famiglie di industriali importanti alle spalle, non avendo la «benedizione amica» di politici che da anni aiutano e alimentano attraverso i contributi del sistema editoriale, elargendo milioni e milioni di euro, i famosi «prenditori» furbetti dell’editoria. Non avendo santi in Paradiso nei grandi istituti bancari, vedi Intesa San Paolo, ormai divenuta un pilastro portante per l’editoria, tanto da poter affermare che sono gli unici veri grandi investitori/editori italiani, considerato che tutti, soprattutto i «grandi» passano e dipendono da loro. Ad Arbiter invece viviamo del nostro, di quella cultura etica che determina l’estetica e che porta alla realizzazione di prodotti editoriali con un proprio Dna, diversi, dove l’emozione e la qualità devono gratificare il lettore. Cercando di vendere sempre più copie in edicola, con gli abbonamenti, cercando di perdere il meno possibile dei ricavati della pubblicità. Tutti segmenti da dieci anni sempre più in grande difficoltà. In un mercato ormai alla frutta, completamente in vacca. Pensate un po’. I grandi gruppi, anche internazionali, vendono giornali «considerati importanti» con due, tre prezzi di copertina differenti, dipende se vivi al Nord, al Centro o al Sud. Ma che schifezza e presa per i fondelli è questa? Se compro a Milano il famoso periodico Pinco Pallo, lo pago 3 euro, se lo compro a Roma lo pago 1,5 euro, se vivo al Sud e nelle isole 0,90! Peggio ancora: periodici regalati durante l’anno nei vari «imbottiti» con i quotidiani del Sud, dove paghi 3 euro e porti via pubblicazioni per un valore di 15 euro. Mensili ormai ridotti a cataloghi di cartelle stampa, che escono solo quattro, sei, otto massimo dieci volte all’anno, per gratificare il marketing e la pubblicità. Tutto questo è vergognoso, amorale. Ma chi dice, chi controlla come vengono forniti i dati, chi provvede a far rispettare le regole, la distribuzione, il mercato? Come può un Signor edicolante vivere con il 20% del prezzo se vende giornali da 0,20, 0,50 per di più surrogati editoriali? Certo che poi le edicole falliscono, chiudono!

Noi invece andiamo avanti, con lo sguardo fiero, guardando tutti i mesi il lettore negli occhi, da Nord al Centro, al Sud, senza ingannarlo. Convinti del nostro operato, consci di cosa doniamo come controvalore ai 10 euro richiesti. Posso quindi affermare con immensa gioia e convinzione che oggi, piaccia o non piaccia, Arbiter è la Bentley o se preferite la Rolls-Royce dell’editoria italiana. Sempre e comunque 12 numeri all’anno. Costruendo con pertinenza, coerenza, libertà e target mese dopo mese il giornale, seguendo la nostra storia, i valori del passato interpretati nella contemporaneità. Poi è arrivato il periodo febbraio-marzo, con il suo tsunami, il Covid-19, che ha colpito l’Italia, nessuno escluso. Ho dovuto rivedere tutto, impostare l’azienda come richiesto dai vari Dpcm, ripensare l’operatività, l’organizzazione, la programmazione, il personale, la finanza, le regole del Dio giornale. Tranne Rizzo, Ceriani, Tedoldi e i due Simone, Conforte e Botta, tutti gli altri a lavorare da casa, così per sei mesi, sino ai primi di settembre. Momenti non facili, anzi difficili ma non impossibili. Senza denari in tasca diventa tutto più complicato. Certo che se lo Stato, il governo Conte, fosse intervenuto subito come in Svizzera, Austria, Germania dando al volo alle aziende dal 10 al 25% del fatturato dell’anno precedente, o il doppio del costo del personale, beh, sarebbe stato più semplice affrontare lo tsunami. E invece, come cantava Mina, «parole, parole, parole». Nulla hanno fatto per le piccole e medie aziende, hanno sfornato leggi del cavolo che a nulla portano. Ditemi voi se per affrontare la crisi servono monopattini o biciclette quando gli operai, con la loro dignità, non hanno la possibilità di sfamare la propria famiglia (e ancora oggi più di 200mila persone sono in attesa della Cassa integrazione di maggio!). E io invece avanti. Consumato come un cerino, tra vivi e morti, siamo arrivati a settembre. Redazione in formazione tipo, distanze, mascherine, tutto nel rispetto assoluto della conformità alle disposizioni degli innumerevoli Dpcm. Redazione felice, galvanizzata, con il morale alle stelle, dalla voglia di fare, di ricominciare. Così il 18 e il 19 settembre abbiamo realizzato un progetto al quale lavoravamo da mesi, riportando in vita, finalmente e dopo 52 anni, il Trofeo Arbiter, Milano Su Misura e il suo Km Giallo. Non aggiungo altre parole. Ma settembre personalmente ha segnato per me un altro record, perché il 18 iniziavo il mio 52° anno di «lavoro», tutto d’un fiato dal ’69 al 2020. Una corsa bellissima, a realizzare con passione le cose che amo e mi piacciono. Bellissimo.

Lo scorso numero è stato un giornale bello da vedere, interessante da leggere, un numero da conservare, che rimarrà nella storia dell’editoria. A quel punto, pensi, dai che abbiamo superato anche questo ostacolo. Non è finita, ma stiamo riprendendo quota. Tutti. Nemmeno tempo di girare pagina e via con la bellissima, inebriante tre giorni di Palazzo Serbelloni, per organizzare e gestire le degustazioni delle 23 etichette scelte da Spirito diVino, in occasione della Milano Wine Week. Due segnali di voglia di fare, di qualità, di ripartenza concreta. Poi siamo tornati tutti uniti e compatti in redazione per fare Arbiter, chiudere il nuovo numero di Kairós e iniziare il prossimo di Spirito diVino, per varare finalmente il progetto dell’internazionalizzazione, online e in inglese, di tutti i prodotti editoriali che realizziamo. Il nostro obiettivo del 2021. Perché? Quante persone esistono al mondo che amano e sono appassionate d’italianità? Che amano la nostra cultura, storia, le cose belle fatte su misura per loro con raffinata qualità? Tre riunioni e via, pronti a muovere. Tutto questo anche se con immensi problemi, economici e finanziari, conscio di andare oltre, perché la redazione è con me, partecipa con me, soffre con me, tutti d’accordo nel non aspettare «l’elemosina» di questa sottospecie di governo composto da arroganti cicisbei. Del resto, per chi conosce e ha letto e studiato lo svizzero Henry-Frédéric Amiel e l’ebreo tedesco Günther Anders, dov’è la novità? Avevano già intuito e raccontato tutto quello che sarebbe accaduto nella società, nella politica, nei governi, nella democrazia! Quindi di cosa stupirsi. Lo stupore è che per anni non abbiamo fatto nulla per cercare di arrestare questo processo perverso d’involuzione. Più passa il tempo, più mi rendo conto, malgrado i profondi disagi affrontati da bambino, della grande fortuna che ho avuto di respirare l’aria di Losanna, di crescere vivendo la quotidianità dei valori, delle regole, dell’educazione dettati per quasi 100 anni in Lombardia, così come in Veneto, Friuli e Trentino-Alto Adige, dal trascorso storico culturale legato all’imperatrice Maria Teresa, all’imperatore Francesco Giuseppe. Era gente seria, avevano creato un impero vero. Altro che Sciaboletta di Carignano!

Poi arriva quello che pensi non possa accadere. Il 19 ottobre il Covid-19 mi cattura. Pensavo fosse una raffreddata presa sulle colline attorno a Imola, mentre con Gianmaria Cesari provavamo la nuova Dallara Stradale. Su, giù dalla macchina, aria fresca, poi in cantina, due ottimi bicchieri e via. Pensavo fosse un forte raffreddore. Non è stato così. Dal 20, sono stato bloccato in casa con una media di 38,8 di febbre, per otto giorni consecutivi. Il fisico a pezzi, come mi fosse passato sopra uno schiacciasassi. Poi il tampone, la febbre che continuava a salire incontrollabile, il fiato e la voce diminuivano, così come l’ossigenazione. Anche nelle asfissianti nottate non ho mai avuto paura che tutto finisse, la paura di morire non mi appartiene più da quando avevo 11 anni, perché c’è chi mi ha insegnato, preparato e fatto capire che non siamo eterni, perché siamo solo di passaggio, che il nostro compito è di procreare, fondare una famiglia, amare la propria donna, fare del bene e creare positività e ricchezza per tutti. Cercando di educare e dare un futuro ai nostri figli e se possibile lasciare qualcosa, un pensiero, un’idea al prossimo perché rifletta e sappia cos’è la vita e impari ad apprezzarla giorno dopo giorno. Per fortuna, l’intervento di amici medici fidati come Alberto, Bruno e Pieri ha fatto breccia nel nemico. Da remoto hanno cominciato a curarmi, darmi terapie tagliate ad hoc. Esami studiati su misura, cure modificate di conseguenza. Al mio fianco sempre l’angelo custode che per settimane mi ha accudito, Antonella, mia moglie. Parallelamente ho dovuto bloccare la redazione. Far fare i tamponi a tutti. Organizzare la sanificazione degli uffici, chiudendoli per otto giorni. Fino a quando, dal 3 novembre, con parsimonia e in sicurezza, in cinque hanno ripreso a lavorare in redazione. Tutti gli altri a lavoro libero da casa. Tradotto: sette uffici vuoti su nove. Anche gli spazi diventeranno un nuovo problema. Mi spiego. Che senso ha avere un ufficio di 220 mq se d’ora in poi ne basteranno 100? Che senso ha avere una folta redazione sotto lo stesso tetto? Sarà uno degli impegni e decisioni che affronterò a breve. Come tutto il mondo dell’editoria sta facendo, basti pensare che un quotidiano è andato in edicola per due giorni lavorato solo da remoto. Un tempo non era così. Non c’erano le tecnologie di oggi. E il confronto serrato, di idee e ideali, era l’unico collante attorno al ticchettio della Lettera 22. Quel confronto che deve rimanere in presenza, nella riunione di redazione. Ma poi, per preparare il tutto, dovremo trovare una nuova quadra.