di Daniele Fenaroli

Nei giorni di festa appena trascorsi ho avuto la sensazione di stare vivendo un vero lusso: seduto a tavola, le persone che amo accanto, le famiglie riunite e il tempo che, per una volta, sembrava non aver fretta di scorrere. Non c’era nulla di straordinario se non la possibilità di restare dentro quel momento senza l’ansia di doverlo interrompere, documentare o rendere utile. Abbiamo progressivamente svuotato il concetto di lusso, confondendolo con l’esclusività e l’eccesso di possibilità, lo abbiamo ridotto a una superficie luccicante che promette molto e restituisce poco, incapaci di distinguere tra valore e rumore. Eppure il lusso, quello autentico, è sempre stato questione di misura (come direbbe il direttore Franz Botré), selezione e consapevolezza, un equilibrio fragile che abbiamo smarrito tanto nei contesti più prestigiosi, dove l’abbondanza ha progressivamente sostituito la qualità, quanto in quelli più umili, nei quali persino il tempo libero viene ormai colonizzato da urgenze artificiali, notifiche incessanti e scadenze invisibili, portandoci a vivere come se le ore fossero infinite. Il tempo, l’unica preziosa risorsa che ci sia rimasta. In questo smarrimento collettivo, per me, la perdita della nostra capacità linguistica è centrale. Ferdinand de Saussure ci ha insegnato che il senso nasce dalla differenza, ma oggi le parole si sono appiattite, hanno perso peso, profondità, responsabilità. Usiamo gli stessi termini, spesso elementari e storpiati, per descrivere esperienze radicalmente diverse, come se non fossimo più capaci di nominare ciò che conta davvero, come se non fossimo più in grado di perdere del tempo (quanto avremmo bisogno di perderci ogni tanto) per fermarci, ascoltare, e ridare alle parole il modo e il rischio di significare davvero qualcosa.


È in questo spazio che si colloca con naturalezza la ricerca di Pierpaolo Perretta, in arte Mr. Savethewall, comasco classe 1972. Manager per oltre dieci anni, nel 2013 approda a un linguaggio artistico street contaminato dalla contemporaneità, prima sui muri della città di Como poi su altri supporti, evidenziando il rapporto tra segno, linguaggio e società, interrogandosi su ciò che resta quando il messaggio si consuma. Arriva dal colore, dall’impatto visivo, dalla comunicazione diretta, ma il suo percorso è una continua evoluzione: partire da un universo saturo per arrivare alla sottrazione, alla monocromia, al silenzio visivo, non come rinuncia, ma come maturazione, come accade quando si cresce davvero e si capisce che togliere è spesso più difficile, e necessario, che aggiungere.