Per godersi davvero la meraviglia di questo spettacolo bisognerebbe essere una di quelle aquile, imponenti eppur perfettamente addestrate, che per tutti i 10 giorni dello shooting hanno sorvolato docili le pietre del duomo romanico, la Murgia con i suoi misteri, la spaccatura profonda del canyon che sembra una via di accesso agli abissi infernali evocati nell’Apocalisse. Ma se le aquile, che sono il fiero simbolo della Casa, si posano silenziose sull’avambraccio del falconiere dopo l’ennesima planata accompagnata dalla dolce luce del tramonto, non riesce a trattenere la propria meraviglia Filippo Ricci, direttore creativo della Maison fiorentina dal respiro globale fondata dal padre Stefano e condotta oggi insieme al fratello Niccolò, ceo.
«Come si fa a non rimanere sorpresi ogni volta, di fronte a una bellezza così provocante, misteriosa, pura», dice, quasi con un sospiro. Per capire l’operazione all’apparenza azzardata di raccontare tra i Sassi e attraverso i Sassi di Matera la collezione primavera/estate 2018 di Stefano Ricci bisogna immergersi in questa meraviglia, e prima di tuffarsi a leggerne le trame nascoste lasciarsi incantare dalla capacità umana di immergersi in una natura così aspra e all’apparenza respingente e darle vita con forza e sapienza nel corso degli anni, dei secoli, dei millenni. Matera, la più primitiva e «selvaggia» delle città italiane, forse del mondo, è in realtà un’opera sottile dell’intelligenza creativa umana. Solo con questo afflato si poteva trarre da una parete di pietra la sicurezza di grotte-abitazioni, il fascino delle chiese rupestri, l’equilibrio fragilissimo di un’economia basata sull’armonia tra l’uomo e la natura. Il gran clamore generato dalla candidatura, vinta, per essere nel 2019 Capitale europea della cultura, e tutt’intorno il sorgere di boutique hotel incastonati tra i Sassi rimessi a nuovo, hanno fatto di Matera una delle mete «must to be» degli ultimi cinque anni.
Ma il filo prezioso che lega la famiglia Ricci ha cominciato a essere tessuto prima del clamore mediatico. «Come tutte le cose più belle, anche questa fascinazione per Matera è nata quasi per caso», spiega Filippo. «Quasi 10 anni fa siamo venuti in Basilicata invitati da amici, e ci siamo trovati a Castelmezzano, 800 abitanti, un piccolissimo borgo gioiello. Oltre alla bellezza del luogo, a conquistarci fu la gente, il loro carattere, e decidemmo quindi di aprire lì un laboratorio per la produzione di cravatte. Così abbiamo cominciato a tessere un rapporto particolare con questa terra. Quando poi, in vista della presentazione della prossima collezione, abbiamo cominciato a ragionare su quale luogo scegliere per continuare il nostro percorso attraverso i luoghi magici d’Italia (percorso che ha già toccato, negli ultimi anni, il Castello di Sammezzano, il Vittoriale degli Italiani, il museo Stibbert di Firenze, ndr), pensare a Matera è stato quasi automatico».
Ambientare l’alta sartorialità, la preziosità dei tessuti e delle finiture delle collezioni Stefano Ricci su un palcoscenico ancora così aspro e quasi primitivo poteva forse sembrare una contraddizione, e invece la consonanza estetica è emersa in modo quasi naturale. «La prima volta sono arrivato a Matera di sera, appena dopo il tramonto, e il contrasto della materia con le luci naturali mi ha scatenato un’emozione immediata», racconta Filippo. «Quel che abbiamo cercato di fare è stato esaltare questo contrasto, che diventa dialogo, tra i nostri colori e la matericità di questo luogo, la pietra naturale, grezza, aspra, che domina ovunque».



