La storia di Alessandra Di Francesco è una storia di trame e di convergenze. Cominciamo da queste ultime. Nata a Roma, diplomata in Accademia, inevitabilmente ha avuto la chance di misurarsi con le naturali convergenze che la Città Eterna le offriva: quelle con il passato, con una grande memoria e anche con un’altrettanto grande qualità tecnica di tanti straordinari esiti artistici. Le convergenze di Alessandra riguardano più i dettagli che gli insiemi. Avendo nel suo curriculum anche un’attività di restauratrice, la sua preoccupazione è sempre stata quella di ricucire i dettagli per rendere più leggibile l’insieme. Ma è sui dettagli, sulle piccole fratture che ha sempre lavorato, vivendo in questa modalità la convergenza con il passato che la circondava.

Una convergenza che si è sempre fatta intimità, prossimità. «Dipingere poco alla volta è diventata l’azione di connettere qualcosa di antico che è lì da sempre con qualcosa di presente e di assolutamente nuovo», racconta. «Nel mio lavoro ho così introdotto, di volta in volta, i codici, dal morse al braille, usati come supporti di un messaggio che andava svelato ma insieme protetto». C’è poi stato un altro fattore d’attrazione che ha deciso la storia di Alessandra: la coreografa Pina Bausch. Una sorta di chiamata del destino, questa, che l’ha convinta un giorno, da ragazza, ad andare a Wuppertal non avendo altro mezzo che l’autostop. Non doveva danzare; doveva far sì che la danza contaminasse la sua pittura.