C’è chi come il grande Xavier de Maistre ha fatto un lungo giro senza spostarsi dalla propria camera. Luca Guelfi invece ha portato il mondo in una strada di Milano. Tre ristoranti aperti in una manciata di anni nella centrale via Archimede, a porta Vittoria: il messicano, il vietnamita e il giapponese. Tutto in pochi metri, in un susseguirsi di sorprese, colpi d’occhio ed esperienze spiazzanti che fanno davvero pensare a un tour all’altro capo della Terra. Ma miniaturizzato fra le solide case borghesi nel cuore della metropoli ambrosiana. Guelfi ha 50 anni, occhio da giramondo e stazza da peso massimo, ma soprattutto ha nello zaino un bagaglio di conoscenze unico nel campo della ristorazione: «Ho aperto il primo locale a Milano, il Julien Café dalle parti dell’Arena, che ero un ragazzo. E poi non mi sono più fermato». Bar e ristoranti in città ma anche fuori: a Santo Domingo e a Formentera, pioniere nel ’93 dell’imprenditoria di marca tricolore. E poi a Courmayeur e in Costa Smeralda.
Nel 2015, dopo tanto girovagare, la decisione di tornare a casa e aprire quello zaino: «Andavo in giro, osservavo e ogni volta mi dicevo: “Ma questo manca a Milano, questo a Milano non c’è”». Così, a un certo punto, afferra il coraggio a due mani e comincia a disegnare il suo personalissimo distretto del cibo in via Archimede.
Nel 2016 nasce Canteen, il messicano. Nella primavera 2017, a un isolato di distanza, ecco Saigon e, infine a maggio scorso, a pochi passi, Shimokita, l’ultima provincia dell’impero che promette di non fermarsi qui perché in rampa di lancio c’è già il brasiliano: «Un brasiliano che non c’è da nessun’altra parte».
Canteen, con i gradini che scendono sottoterra e i mattoni a vista, rivoluziona la nostra idea di Centroamerica. Non siamo nel solito Messico, torrido e sudato, fra sombrero e immagini di Pancho Villa formato western. No, siamo dentro una cantina della Bassa California, fra gigantografie di Jimi Hendrix e Jim Morrison, poster che danno allo spazio un’atmosfera rock, elettrica, satura di adrenalina, nicchie, composizioni sacre e profane miscelate e mischiate come in un caravanserraglio dai tratti ironici; un grande bancone in alabastro, quello del bar, che sembra un altare laico dove a celebrare sono i dj che impazzano fino a notte fonda e il barman Juan Carlos Gomez, il mixologist che offre infiniti cocktail pescando da una collezione di cento e passa linee di Tequila e Mezcal.



