
«Sono nato e cresciuto in povertà a North Hollywood, da una madre single che soffriva di disturbi mentali. Non poteva lavorare e ricevevamo un sussidio dal governo. Se non t’insegna a essere umile un inizio così». Oggi, Robb Pratt è un veterano della Walt Disney: 24 anni passati tra animazione e regia. C’è la sua matita dietro ad alcuni dei più celebri film della casa di produzione californiana, come Pocahontas, Hercules e Tarzan. Autore di cortometraggi indipendenti acclamati da critica e pubblico (il più celebre, Superman Classic, ha superato le 620mila visualizzazioni su Youtube), si presenta come il più classico dei cowboy americani: un ragazzone di 2 metri d’altezza, capelli biondi ingellati all’indietro, occhi azzurri, mascella squadrata e sorriso a 32 denti, anche quando lo sguardo si perde negli anni più bui del passato. Perché, dietro il suo successo, c’è una storia di miseria e sconfitte.
«È normale avere una visione romanzata di Hollywood», racconta, «ma negli anni Sessanta è stata la zona degli Stati Uniti con il più alto tasso di immigrazione e, ovviamente, la distribuzione della ricchezza non era armoniosa. Io stesso sono figlio di un danese. Come molti americani di prima generazione, ho dovuto combattere per avere qualsiasi cosa. Da un lato è estremamente umiliante essere poveri e vivere tra attori e ville; dall’altro può essere divertente: quando dici di venire da “North” Hollywood, la gente ti guarda con soggezione». E scoppia nella risata fragorosa di chi non ha accettato di usare le condizioni in cui è cresciuto come scusa per arrendersi: «Non so il perché, ma fin da piccolo sapevo che non lo avrei mai fatto. Il lato buono è che mi ha dato una marcia in più. Me ne rendo conto osservando i colleghi che hanno avuto un’infanzia agiata: anche loro avrebbero la capacità di creare le proprie opere in autonomia, ma non lo fanno. Credo non abbiano la stessa determinazione, la stessa fame. Io volevo uscire dalla povertà con tutte le mie forze. Almeno un colpo di fortuna l’ho avuto: vivevo a 3 chilometri di distanza dai Walt Disney Studios, ci passavo spesso davanti in auto. Ai miei occhi, era come se ci fosse un gigantesco bersaglio dipinto sopra quell’edificio: un giorno, sarei arrivato lì».
E il suo tramite fu la Cartoonists’ Union, il sindacato fondato negli anni Cinquanta da animatori che scioperavano proprio contro la Disney: «Oltre alle riunioni, si tenevano corsi serali su tutti gli aspetti dell’animazione. Non ottenevi crediti universitari o diplomi, ma un’esperienza concreta. Al mattino andavo a scuola e al pomeriggio mi mantenevo lavorando in una fabbrica di vetri, ma appena fui abbastanza grande da raggiungere la sede in bici, iniziai a frequentarne i corsi». È per questo motivo che Pratt dà più valore all’esperienza sul campo che ai crediti accademici: «Per me, l’università non è mai stata un’opzione. Tentai di ottenere una borsa di studio, ma, non avendo genitori a cui chiedere aiuto, fu un’impresa anche solo compilare la richiesta. Tuttavia, all’università possono darti la bicicletta, ma sei poi tu a dover pedalare. La passione dev’essere qualcosa di tuo, non possono trasmettertela gli altri. In quel sindacato ho studiato con animatori che lavoravano alla Disney di giorno e cercavano di arrotondare lo stipendio la sera. Non ti davano solo insegnamenti, ma anche delle indiscrezioni su come si stavano muovendo gli Studios e, soprattutto, su quando erano in cerca di giovani da assumere».



