Altro che interminabili convegni in grandi sale dalle luci soffuse, con palchi, microfoni e cravatte d’ordinanza. Qui la riflessione multidisciplinare sul climate change, sullo stato di salute degli oceani e sull’elaborazione di progetti di sostenibilità di portata globale si fanno in costume da bagno e infradito, indossando bombole e respiratori, oppure durante lunghe serate in rada, sotto la luce delle stelle australi, con discussioni incrociate tra artisti, curatori museali e biologi marini. «Siamo un think tank aperto che cambia le regole del dibattito. La missione che ci siamo dati è quella di arrivare a una profonda conoscenza dei nostri oceani attraverso le lenti dell’arte, e mettere in campo soluzioni creative alle istanze più pressanti che il mare ci pone. L’arte è un veicolo potentissimo di comunicazione, cambiamento e azione». Il mix ideato da Francesca von Habsburg è esplosivo, ed è una delle voci più originali nel ricco panorama delle fondazioni e delle realtà non profit che, per colmare la latitanza di governi e istituzioni, si sono prese la responsabilità di affrontare giorno dopo giorno il tema della salvaguardia degli oceani.

Il think tank di cui parla von Habsburg, una delle figure di riferimento nel campo della promozione culturale e del collezionismo d’arte (oltre che essere l’imperatrice titolare della corona asburgica, ma questa è un’altra storia…), si chiama TBA21-Academy, ed è nato nel 2011 all’interno della fondazione da lei creata. L’Academy da quattro anni organizza spedizioni di studio e ricerca nel Pacifico mettendo a bordo di una nave oceanografica, la Dardanella, staff composti da artisti delle più diverse discipline, scienziati, ricercatori e biologi marini. Una sorta di avamposto galleggiante che monitora costantemente gli effetti del cambiamento climatico sui mari, e propone soluzioni progettuali e di sensibilizzazione.
«Ogni volta che chiediamo a un artista di unirsi al progetto e partecipare a una spedizione, la proposta è sempre stata accolta con serietà e sensibilità. Comprendono che non è un gioco, o una gita in barca, ma è un percorso molto serio. In generale, quando un artista accetta un progetto, non importa quanto sia complicato, o sfidante: la risposta è sempre mossa dall’entusiasmo e dall’empatia, e sono questi due elementi quelli che possono consentire davvero di cambiare le cose. Se ci si ferma ad analizzare difficoltà, costi, benefici, non si farà mai un passo avanti nella battaglia per la salute dei mari». Un progetto che nasce da una passione, quella di Francesca per la subacquea. «Ho imparato a nuotare, fare snorkeling e quindi diving in Giamaica, da bambina. Sono sempre tornata lì, da 50 anni, e lì ho insegnato a nuotare ai miei figli. Proprio la familiarità e la frequentazione con quei tratti di mare mi ha fatto suonare il campanello d’allarme su quanto il mare stia soffrendo: la situazione è precipitata nel giro di pochissimi anni. Chi non fa diving non può immaginare quanto il climate change stia mettendo in crisi gli oceani», racconta.

E, anche se i progetti di TBA21-Academy nell’ultimo periodo si sono rivolti soprattutto al Pacifico australe, è proprio guardando all’amata Giamaica che von Habsburg accende un segnale di speranza rispetto a questa battaglia che sembra immane. «La cosa sorprendente è vedere quanto gli oceani siano pronti a risorgere se solo gli si offre una possibilità. Con la fondazione quattro mesi fa siamo riusciti a istituire un santuario marino in Giamaica, uno spazio di mare protetto. Solo quattro mesi, eppure sto ricevendo decine di messaggi dalle persone che vivono lì, e che hanno ricominciato a vedere nelle acque i pesci pappagallo, che erano scomparsi da anni, vedono rinascere i coralli… la sfida sarà vinta quando vedremo ritornare anche gli squali: quando arrivano gli squali, è segno che il reef è tornato in piena salute».



