
Non sono mai stato un verde, un arcobaleno, un pacifista, anzi, per contro, sono stato cresciuto, educato e sensibilizzato ad avere il massimo rispetto della natura, dell’ambiente, dell’urbanità, delle cose che mi circondano e delle idee. Pronto a farle rispettare, esattamente come i valori che mi hanno plasmato e cresciuto come un guerriero, che non scende a compromessi e che ormai da anni ha rimosso e rifiuta concetti barbari come la par condicio, il politically correct, l’illuminismo radical-chic del «siamo tutti uguali», che hanno massacrato l’etica del merito e duemila anni di cultura e storia dell’uomo, sostituendole con la becera mediocrazia.
Faccio sempre più fatica a vedere e accettare la maleducazione e l’ignoranza che dilaga e avvolge questa nostra società. Troppi sono i genitori che hanno abdicato al loro ruolo. Vi è mai capitato di passare dinnanzi a una scuola elementare, a un asilo, a un liceo? Fanciulli, bambini e ragazzi che buttano per terra di tutto, dalle buste delle merendine alle gomme da masticare, mozziconi di sigarette, bottigliette di plastica, tutto gettato irresponsabilmente per strada, nei giardini, nonostante il cestino della spazzatura sia a non più di un metro. Stanno facendo diventare le città (soprattutto la mia Milano) una discarica a cielo aperto. E quando vanno in vacanza insudiciano le montagne, le acque, il mare: avanti di questo passo e tra cinquant’anni avremo più plastica che pesci nel mare. Incredibile che tutto questo avvenga dinnanzi agli occhi dei vigili, dei bagnini, delle maestre, dei professori, delle madri (padri, i grandi assenti!) impegnate a cercare un parcheggio per le loro auto, possibilmente in classe, o a ciacolare di moda all’angolo, della palestra giusta, dell’ultima cena; occupati a raccontare il nulla, anziché seguire ed educare i figli, spiegandogli il concetto di urbanità.
Crescono così ragazzi ai quali tutto è dovuto, subito e adesso. Figli che cambiando scuola e sezioni, da asini improvvisamente diventano dei geni, perché gli insegnanti ormai logorati non vogliono più passare il resto dell’anno a sbrogliare rogne e rotture di balle con i genitori e, spesso, con i loro presidi. Per non parlare del comportamento a tavola, in mensa come al ristorante, al wine bar o in pizzeria, osservateli, seduti a tavola mangiano e bevono come fossero in un porcile. Figli che sin dalle elementari crescono avvolti nel mondo di Facebook e di Instagram, dove imparano subito a mettere dei «filtri» tra loro, il mondo reale, virtuale e quello inesistente. Figli che anche se depressi, soli e abbandonati fanno i bulli, i duri, che con spregiata maleducazione, arroganza e presunzione ti spiegano come e cosa fare, perché loro hanno capito tutto della vita. Basta soffermarsi qualche minuto a parlare con loro, per capire che invece sono fragili, vulnerabili e che in verità non hanno capito niente, di niente.



