
No, non è nessun colpo di mano. Abbiamo semplicemente chiesto al direttore di lasciar fare a noi per questa volta. L’occasione? I suoi primi 50 anni di lavoro. Un’occasione speciale, dunque. Chi scrive lavora con lui da 23, 17, dieci, due anni e, indipendentemente dal tempo, per tutti la vita di redazione si è trasformata in una redazione di vita. Al timone sempre lui, a dettare la rotta della qualità, con i motori avanti tutta anche nel mare in burrasca. Perché così è un vero comandante e mai come ora lo si può capire: nelle acque tempestose dell’editoria di oggi lui entra ogni giorno in redazione al motto di «Alla via così». Gianluca Tenti, che è stato a bordo con noi, ha voluto fargli una sorpresa, confezionando ad hoc un servizio su misura, qui di seguito, che rispettasse una cronologia di fondo dei suoi primi 50 anni di lavoro, ma che esaltasse in particolare le asperità che temprano la vita di un uomo. Ne è emerso un profilo professionale che è più di un manifesto programmatico. Trasformare una necessità di lavoro in una splendida avventura nel mondo dell’editoria. Partendo dal gradino più basso, la tipografia di fine anni 60. Non fermandosi davanti alle richieste di fare il garzone di bottega quando si trattava di pulire e rimettere in ordine la lingottiera o di fare il fattorino, ma sapendo dire di no quando il sindacato ti voleva mettere a far panini per far posto a uno di loro. Studiare grafica la sera, perché il giorno dovevi lavorare. Comprare una macchina fotografica con il primo stipendio (l’unico che ti sia stato lasciato) per fissare le emozioni su un rullino. Rubare il mestiere come tutti facciamo. C’è la forza dell’abnegazione e l’orgoglio di chi fieramente mostra ciò che è e quindi ciò che ha. La vita è una e che va vissuta spingendo ai massimi, anche quando sei costretto a fare un pit-stop. Cuore, disciplina, etica. Alla via così! Auguri sinceri, direttore.
(la redazione di Arbiter)
Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla». Alessandro Baricco, nel suo «Oceano mare», affida queste parole al narratore. Senza saperlo scrive una dedica al direttore di questa extra-ordinaria storia di vita vissuta che potrebbe apparire come apologia del franzismo, se non fosse una questione seria. Già, perché 50-anni-50 di lavoro sono un traguardo di tutto rispetto, per chiunque. Figurarsi per chi è partito da un sottoscala sociale per assurgere all’Olimpo del mestiere più bello del mondo: il giornalismo. Fino a diventare direttore ed editore di se stesso. Un unicum, come cercherò di spiegare in queste pagine (comunque incomplete). Un percorso che inizia il 18 settembre 1969. Una giornata qualunque, se non fosse stato per la prima al cinematografo di Satyricon, guarda caso Petronio Nigro, l’Arbiter elegantiarum dell’Impero romano, di un certo Federico Fellini. Accadde ben poco quel dì, stando alle cronache di un tempo già carico di tensioni sociali. «Avrei potuto fare di tutto, il muratore come l’operaio. La verità è che avevo bisogno di lavorare. E il mio unico contatto fu con una tipografia. Comporre, creare la parola meccanicamente, a mano col compositorio: riga per giustezza, corpo, lettera dopo lettera, piombo, stagno e antimonio». Fu amore a prima vista. Franz Botré è seduto alla propria scrivania in via Ferrucci, via di fuga da corso Sempione, zona Arco della Pace per chi non è pratico di Milano. Fuma un Opus X che un amico gli ha regalato in un portasigaro d’argento. Gli serve per concentrarsi ogni volta che, porta in vetro opacizzato, ordina di non esser disturbato. Ci conosciamo da vent’anni, praticamente da sempre perché quando ami la professione, quando hai dovuto scalare le pareti rocciose e nessuno ti ha regalato mai niente, qualcosa di profondo entra nelle viscere e ti dice che siete fratelli di sangue. Solo che per lui la vita è stata più dura. Ecco perché mi sono precipitato per raccogliere il suo racconto e condividerlo con la redazione e i lettori. «Il mio primo lavoro? Un prontuario di 500 pagine, carta finissima e corpo 8. Un mestiere d’arte… Se dovevi fare una correzione, c’era un muro di piombo. Era tutto lì. Quando lo spostavi dovevi essere equilibrista e fermo con le mani. Rischiavi sempre che scivolasse e si ammaccasse l’occhio di un carattere. Era una pacchia inchiostrare col rullo. Prendevi una piccola carta per portarla al proto. Quando tornava, con lo spazzolino e la benzina la lavavi e toglievi via le imperfezioni e gli errori. E sai qual era il segreto? Prima dovevi imparare a scomporre la parola. Poi a comporla. Alla fine dovevi rimettere tutto a posto, nelle caselle giuste. Corpo, carattere. Se il proto vedeva una lettera che non era al proprio posto, erano cazzi. Servivano disciplina e ordine per sopravvivere in quel mondo fatto di camici neri. Ci si dava del lei. Il proto, il signor Romano, ti faceva paura solo a guardarlo con la sua vestaglia scura. Io ero un garzone di bottega che alle 16.40, alla fine del turno, prendeva scopa e paletta. E poi andavo a scuola. Alle serali».



