
Nei modi di dire esistono immense verità. Uno di questi l’ho sentito, letto, analizzato, elaborato e alla fine con spregiudicata realtà, sin dalle medie, fatto mio. È la famosa metafora del bastone e della carota. Che non è quella che tutti pensano provenga dal mondo contadino legata alle fatiche degli animali da soma, così come non è l’espressione utilizzata da Winston Churchill nel discorso fatto nel ’43 riferendosi alla resa degli «asini italiani» («…a carrot and with a stick»). Come nemmeno è quella che molti applicano nella gestione del potere, in politica, nel mondo del lavoro.
La mia interpretazione nasce dalle mie necessità, e dalla creatività applicata al modo di dire (sempre inglese) degli inizi del ’900 «carrot on a stick» che ha un significato ben preciso, quello di legare in cima a un bastone una carota facendola penzolare davanti agli occhi di un asino (anche se, con tutto il rispetto per l’asino, vista la massa di lavoro svolto, trovo più appropriato e vicino a me il sacro mulo), che per cercare di raggiungerla e mangiarla, continuerà a inseguirla camminando con determinazione e senza esitazioni sino alla fine dei suoi giorni.
A volte il bastone non serve neanche… Avevo poco più di cinque anni, ma già avevo avuto il presentimento che la mia vita sarebbe stata tutta in salita. A meno che… Passò poco e ne ebbi la certezza, la mia vita sarà tutta in salita! A meno che… Questa congiunzione restrittiva dell’amenoché, mi andava stretta, la vivevo e sentivo come un’eccezione negativa al mio futuro. Voleva dire accontentarsi e appagarsi di quello che la vita, la scuola, la famiglia e il lavoro ti potevano dare e offrire. Il tutto direttamente proporzionale alla tua posizione sociale di nascita, siglando sin da piccolo un patto con il destino.



