Una cosa sola rimpiango della mia vita, quella di non essere riuscito a diventare un pilota. Al tempo, quando dico pilota intendo quelli con la P maiuscola, di quelli che il tempo, la storia e l’evoluzione hanno distrutto e gettato alle ortiche lo stampo. Alludo a quel cliché di uomini che oggi non esistono più, perché non esiste più la cultura di quella società che creava e forgiava uomini e piloti unici, veri miti, di grande personalità, travolgenti ed eleganti, futuristi spesso indisciplinati quanto immensi. Uomini come Nuvolari, Ascari, Varzi, Castellotti, de Portago, Clark, Hill, Stewart, Cevért, Pescarolo, Ickx, Bell, Giunti, Andretti, Siffert, Brambilla, Peterson, Regazzoni, Lauda e molti altri, che prima di Senna tutte le sante domeniche che Dio comanda, celebravano la Santa gara. Molti, come i toreri, anche la Santa Messa. Dall’America all’Europa, dall’Argentina al Giappone guidavano con abilità e disinvoltura ogni tipo di vettura, monoposto di F1 e F2, prototipi (da oltre 400 km/h) per 24 e 12 ore o le gran turismo su pista, per strada, in salita come per i deserti, con «quelle» macchine di allora, con quei telai, quelle gomme, quei freni, con la pioggia o la neve, su circuiti veri, senza quelle circensi chicane e senza avere davanti ogni due per tre le frustranti safety car.

Quello che importava era potersi divertire, senza mai chiudersi in se stessi; ma erano piloti aperti, disponibili, amavano l’arte di vivere, la vita, le donne e Dio. Con l’esagerata necessità di misurarsi, di contendere, di gareggiare, rispettando due concetti fondamentali: l’onore e la lealtà. Affrontando a testa alta la morte, sempre con il furore della vita fuori e dentro di sé. Orgogliosi e fieri di realizzarsi nel fare ciò che più amavano: guidare. Dodici mesi all’anno, ovunque, contro chiunque, con qualsiasi macchina, bastava andasse veloce e facesse rumore. E se per caso non erano previste gare di campionati vari, sfogavano la loro immensa esuberanza in moto, alla ricerca di record, su nei cieli con elicotteri e aerei, o sull’acqua con velocissime barche. Campioni capaci di compiere gesti e azioni lontanissimi dalla nostra quotidianità, dalla nostra percezione del pericolo, eppure sempre protagonisti di una vicinanza e spesso di una somiglianza.

Cinquant’anni di racconti e storie affascinanti e preziose, veri esempi di vita (con quegli anni intendo la stagione che va dal ’30 all’80, poi le cose cominciano a prender un’altra via: negli anni 90 si ebbe l’inizio della fine di quel mondo e di un’epoca). In quel lungo periodo la morte giocava un ruolo primario, anzi era fortissima, carpiva la vita di questi giovani duellanti con una media di uno ogni quindici giorni, in alcuni anni anche uno per ogni settimana. Eppure si correva, sempre, senza mai fermarsi, nel rispetto di chi non c’era più, del pubblico e della scuderia. Senza mai voltarsi indietro, avvolgendosi dentro il mantello dell’ipocrisia, della dietrologia spiccia, degli imbarazzanti e scroscianti applausi di oggi. Per l’ultimo saluto bastava il Dio del silenzio e un fiore.