Ogni volta che l’inverno compie il suo giro e, come per magia, tornano quella luce speciale del sole, quella leggerezza dell’aria che annunciano l’arrivo della primavera, la prima sensazione che mi pervade (prima di rimettere la testa sui problemi, sui conti, sulle grane…) è quella della felicità. Una felicità istintiva, irrazionale, quella che si prova quando si è bambini e tutto ti sorride. Una sensazione che mi ha fatto riflettere, soprattutto constatando come per strada, intorno a me, nonostante la splendida luce di quella splendida mattinata, ci fossero solo facce tristi. Tutti cupi, chini sul loro smartphone a salvare chissà quali vite.

Dove vanno tutte queste persone, tanti anche più giovani di me, trentenni, quarantenni che dovrebbero alzarsi dal letto con la voglia di sbranare il mondo? Che cosa pensano, che cosa li preoccupa, che cosa li renderebbe soddisfatti? L’idea di capire se esiste una formula della felicità è stata lo spunto per ritirare fuori dal cassetto una vecchia teoria (del 1954), quella dello psicologo Abraham Maslow, che ha classificato i bisogni secondo una piramide di progressive necessità. Chi sta alla base vive nella mancanza e nell’insoddisfazione. Chi ha voglia di crescere sale via via questa piramide, costruisce il proprio futuro e la propria personalità. Soprattutto, comprende come costruirsi una strada per essere felici dipenda da sé, dal proprio atteggiamento verso la vita. Solo quando c’è una corrispondenza tra ciò che si è, ciò che si fa e ciò che si appare, si può essere davvero soddisfatti di sé. Ovvero felici. Ecco perché quella mattina io sorridevo e andavo al lavoro felice, in mezzo a una massa di imbronciati. La prima volta che misi piede in una redazione era il marzo del 1980, il mensile Gente Viaggi, il direttore «Gao»: così firmava Giuseppe Alberto Orefice.

Uomo colto, raffinato, elegante, un bon vivant. L’editore, un grande: Edilio Rusconi. Avevo da poco compiuto i 25 anni, amavo la grafica, il giornalismo, l’editoria. In quel di via Vitruvio al 43 ebbi la fortuna di stare con personaggi unici, uomini e donne, che mi diedero la possibilità di imparare, di potermi esprimere. All’epoca ero una vera spugna, vergine professionalmente, adoravo stare in redazione. Ricordo con immenso piacere alcune serate, in cui, come per magia, Patrizia Calzoletti, la segretaria di Gao, annunciava l’arrivo di Maurizio Chierici; ricordo ancora la scia del fumo che lasciavano le sue sigarette. Arrivavano anche Luca Liguori, sempre abbronzato con i suoi pullover colorati di cashmere sulle spalle a coprire splendide giacche in tweed, con Ruggero Orlando, vestito di nero modello bounty killer; spesso si aggregava Ettore Mo. Anche se erano le 20 e avevo terminato il compito della giornata, facevo di tutto per restare lì a sentire i loro discorsi, i dialoghi su come andava la vita in America, in Afghanistan, a Cuba, a Roma, zigzagando tra discorsi sui massimi sistemi, per poi passare agli alberghi, alle compagnie aeree e inevitabilmente alle belle donne.