Sempre più spesso mi succede, dialogando con i «manager» del marketing o con direttori generali di grandi aziende nazionali dell’abbigliamento, di ascoltare con interesse le loro lamentele e i mugugni su come sia cambiato il mondo e il modo del vestirsi e abbigliarsi, di come ai giovani oggi non interessi più essere eleganti, ben vestiti, di quanta fatica facciano a seguire e identificarsi nei canoni e nei codici dei valori storici maschili, di come nell’arco di vent’anni sia stato snaturato il concetto di eleganza. Non usano più la camicia, la cravatta, la calza! Ma cari manager milionari, smettetela di fare finta di piangervi addosso nel nome dell’eleganza, perché siete stati voi stessi i veri complici del massacro della pertinenza all’eleganza e del suo credo.

Guardatevi attorno, non è così difficile: basta che apriate all’improvviso le porte dei vostri uffici, da quello finanziario e quello della produzione, da quello della comunicazione a quello creativo, per vedere le persone che vi stanno attorno. Osservate come parlano, come vestono, cosa dicono, cosa leggono e guardano (minimo due iPhone alla volta, sempre pronti a salvare il mondo, notte e giorno), come gesticolano, che cosa e come mangiano, come si comportano tra loro, e capirete. Qualora questo non bastasse, la cartina al tornasole la troverete facendo l’analisi logica dei testi e delle immagini delle vostre campagne pubblicitarie e di quello che pubblicate sui social, o sui giornali. Capirete perfettamente che cosa intendo.

Avete creato e imposto immagini e campagne con modelli dal fisico atletico o attori internazionali affermati, con visi e atteggiamenti da uomini finiti e duri (solo nei film interpretati, in realtà…) poi smessi, spettinati, arruffati, depilati, con barbe incolte e sfatte, abbigliati con tute, t-shirt, felpe incappucciate, con ai piedi scarpe da ginnastica (ma carissime!), che avete cercato di nobilitare ribattezzandole sneakers, ma che restano comunque scarpe da ginnastica, da utilizzare all’aria aperta, per correre nel parco o fare scampagnate, non certo per andare a scuola, a teatro, in ufficio, all’università. Inseguendo i fatturati, senza accorgervene, avete perso di vista il vero Dna dell’azienda che rappresentate, affidandolo a stilisti del cavolo che nulla sanno di storia, di etica, né tanto meno sanno esprimere il concetto della qualità e dell’emozione. Vivono esclusivamente di estetica dell’apparire. Avete e state disegnando e progettando un mondo tutto vostro creato ad hoc per voi, fatto solo per «uomini» pratici, magri (che avete omologato in «slim»), che vogliono vivere in eterno, con tessuti hi-tech, fisicati, comodi, pelati, schiavi della tecnologia e possibilmente estimatori e praticanti di una vita gaia.