Tutti noi abbiamo una grande fortuna: siamo nati e cresciuti in una nazione unica, dove il cibo è l’espressione della società. Radici storiche millenarie, sagge, colte e profonde, ci legano a una vera e propria cultura e passione per la gastronomia, per il cibo. Io, e molti altri uomini e donne della mia generazione abbiamo avuto la fortuna per tanti anni di nascere, crescere e vivere circondati da persone che ci hanno insegnato ad amare e a dare del Voi al cibo. Per molti anni abbiamo frequentato, con immenso piacere e per la gratificazione dei sensi, osterie e trattorie, comandate e gestite da cuochi e cuoche, che anno dopo anno hanno plasmato ed esaltato il cibo, dando vita a un vero e proprio fenomeno diventato nel giro di pochi anni un successo internazionale. Ammetto che in questa materia ho avuto la grande fortuna di avere delle grandissime «maestre», a partire dalla nonna fino alla mamma, la zia, la moglie, la suocera.

Pasqua, Natale, compleanni, e chi più ne ha ne metta, ogni occasione era buona per dare prova a tutti della loro abilità, della loro capacità ai fornelli: sono cresciuto e ho vissuto in una sorta di MasterChef privato. Era, ed è, un grande lusso. In famiglia, l’unica eccezione maschile era costituita dal padre di mio zio Giorgio, il vecchio «Louis». Era il grande cuoco di famiglia. Luigi Tadini da Nebbiuno era stato veramente un bravo cuoco. Negli anni tra il ’30 e il ’43 aveva cucinato al Palace Hotel di Milano. Poi, anziché deportarlo, il comando tedesco preferì (mica fessi!) trasferirlo a Villa Crespi, a Como, dove allora era stabilito il Comando generale del Nord Italia, a cucinare per gli ufficiali.

Fu così che grazie alla sua professione di cuoco si salvò. Andare a pranzo da lui era sempre una bella esperienza. Tutte le donne di casa lo adoravano. Tutte avevano un legame con lui: come minimo comune dominatore, la passione per la cucina. Accomunate dalla consapevolezza e dalla capacità del sapere, del fare e del saper fare, ottimizzando al meglio le risorse di casa spendendo il giusto per ottenere il massimo della qualità. Anche se tutte lavoravano, erano ieri come oggi tutte consapevolmente motivate dall’amore per la famiglia, dalla voglia di donare e dare sempre il massimo, di manifestare ed esternare con soddisfazione il loro sapere, le tradizioni ricevute e tramandate, la creatività, trovando e dedicando il loro tempo alla cucina con umiltà e con una abbondante manciata di sano spirito di sacrificio.