
Da bambino una delle canzoni che sapevo e che mi riempiva di gioia cantare era Nel blu dipinto di blu, interpretata da Domenico Modugno. Soprattutto il ritornello: «Volare, oh, oh / Cantare, oh, oh, oh, oh / Nel blu dipinto di blu / Felice di stare lassù / E volavo, volavo felice più in alto del sole ed ancora più su / Mentre il mondo pian piano spariva lontano laggiù / Una musica dolce suonava soltanto per me…». Sarà perché ero piccolo, perché il blu è il mio colore preferito, perché vivevo in Svizzera, a Losanna, quella canzone mi carpì. La feci mia, mi presentava ai coetanei, senza nessun dubbio, come italiano senza se, senza ma. Volare era diventata la mia musica, quella che canticchi tutti i giorni e, all’occasione, anche a squarciagola. La cantavo correndo in riva al lago, lungo la Quai d’Ouchy a braccia aperte, tese come ali, spaventando i cigni, facendo virate repentine e scivolate d’ala con orgoglio. Volevo che tutti quelli che incontravo per strada, che frequentavo all’asilo, al parco giochi sapessero che, io, ero un italiano.
Agli inizi degli anni 60 mia madre decise di rientrare in Italia, andammo ad abitare a casa dei nonni, a Bresso, all’epoca grande poco più di un paese, con 4mila anime. Bresso, perché mio nonno dal ’33 lavorava alla Sant’Agostino (calze) a Niguarda: tra i due centri abitati solo campi, canali, nebbie e la trattoria California, quella di Buffalo Bill. Li univano le rotaie, quelle del vecchio tram, che da via Carlo Farini, a Milano, andava a Seregno. Mia nonna, dal ’35 era la sarta della caserma del campo volo della Regia Aeronautica, presso l’aeroporto di Bresso; prima scuola di volo militare e campo di collaudo per gli aerei Breda e Caproni. Sino al ’45 fu sede di tre stormi da caccia incaricati della difesa aerea di Milano. Dal ’40, quell’area, che da Bresso va verso est, fu per anni bombardata a tappeto e spesso mitragliata. In un raggio di otto chilometri, a nord, nord-est di Milano, potevano essere colpiti la base aerea militare, la Breda, la Caproni, la Pirelli, la Magneti Marelli, la Falck, la Campari, lo scalo di Greco e altre decine e decine di aziende. Di quel periodo, molti sono gli aneddoti e le storie che mia madre, allora tredicenne, negli anni mi ha raccontato. Tra la casa dei nonni e l’ingresso della caserma c’erano poco più di 500 metri, in mezzo si trovava la cascina e 200 metri dopo l’immenso cancello d’entrata, con due enormi aquile ai lati e i militari di guardia. La nonna decise di trasferire la sartoria a casa, troppo pericoloso rimanere all’interno della struttura. Mi raccontava delle corse fatte avanti e indietro per portare uniformi sistemate, rammendate, lavate e stirate agli ufficiali, di quelle tra i campi per andare a prendere il latte fresco alla cascina e di quelle con il cuore in gola per raggiungere i rifugi e sfuggire alle bombe. Ricordava sempre le attenzioni, l’educazione, spesso maniacale, che avevano certi ufficiali di rango, veri cavalieri dell’aria, italiani o tedeschi, nei confronti degli abitanti del cortile e dei bambini: «Quando venivano in sartoria, spesso si fermavano un paio d’ore per le prove, i ripassi, le modifiche, si mettevano in libertà e giocavano con noi come bambini o tanti papà». Quando arrivai a Bresso, la casa era più o meno la stessa.
Non abitavamo più a pian terreno, ma al secondo di una di quelle vecchie case di ringhiera lombarde. L’ingresso dell’appartamento era rivolto a est, a 400 metri di distanza si potevano vedere gli hangar dell’Aero Club Milano con la loro palazzina e quella del distaccamento militare dell’Aeronautica di piazza Novelli, all’ingresso del campo. Sullo sfondo i bunker, rimasti, malgrado tutto, ancora intatti, con le macerie di quello che rimaneva della caserma. In mezzo, il nostro orto, la vecchia cascina, con ancora le mucche e i fienili rigonfi, i canali delle rogge del Villoresi. Più in là, dopo il campo d’aviazione, la base della Ral, l’aviazione leggera dell’esercito, con gli elicotteri e i ricognitori, poi le vecchie strutture della Breda, della Caproni e in fondo, verso Sesto San Giovanni, i grandi complessi industriali della Falck, della Pirelli. Se invece mi affacciavo alla finestra della stanza da letto, guardando a ovest, dopo le rotaie (sotto casa c’era ancora il vecchio tram), la strada e un muro di cinta, dietro potevo vedere parte della pista di collaudo e la fabbrica della Iso Rivolta. Ero tra due camere di scoppio detonanti. Da una parte il rombo dei motori radiali, stellati o in linea di 6 o 8 cilindri, dall’altra la musica cupa di moto 4 tempi da 125, 150 e 175, o quella «pernacchiante» dei motori 2 tempi da 236 cm3 con 9,5 cavalli della mitica Isetta, un progetto e un’idea, ancora oggi, geniali e rivoluzionari. Anni dopo fui stregato dalla sinfonia dello Chevrolet, l’8 cilindri a V da 5.350 cc. per 340 cv della Iso Rivolta Gt. Sta di fatto che i motori, per un verso o per l’altro, hanno sempre composto la musica della mia vita.



