Prima di tutto voglio ringraziare i tanti Lettori che mi hanno scritto per esprimere la completa condivisione e apprezzamento per l’ultimo editoriale di Arbiter. È molto bello e gratificante, per chi esercita questa professione, trovare questo scambio di vedute e opinioni, in un dialogo sempre più intenso che da anni s’è instaurato tra il giornale e i lettori. Sempre più alto, colto, raffinato ma semplice. Questo è quello che volevo, questo è Arbiter!

Avrei voluto pubblicare in questo numero tutte le vostre lettere, osservazioni, pensieri, riflessioni, testimonianze, ma… per ora vi dico grazie! Felice e lusingato di aver trovato tanti «simili» tra Voi Signori. Mi riprometto il prossimo numero di dare più spazio e pagine alle lettere, per pubblicarne un’ampia selezione delle più significative. Consentitemi di ringraziare il professor Alberto Donati dell’Università degli studi di Perugia per la lettera, le belle parole e per la sua monografia che ha voluto omaggiarmi: Essere italiani. La riproposizione di un protagonismo culturale perduto. Grazie. Veramente apprezzata, la leggerò settimana prossima mentre volerò verso Hong Kong. Chiudo questo inizio di editoriale riprendendo il concetto dell’italianità, con un significativo passaggio che amo ricordare, dal libro, Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis, pubblicato la prima volta nel 1870: «Cosa è rimasto nella coscienza? Nulla. Non Dio, non patria, non famiglia, non umanità, non civiltà».

Cinquantadue anni prima della pubblicazione dell’opera di De Sanctis, nel 1818 nasceva uno dei grandi piaceri d’Italia. Prima di allora veniva chiamato comunemente «sigaro fermentato», poi come in una fiaba composta d’amore, storia, uomini, donne, tradizione e territorio, nacque il sigaro Toscano. Una delle grandi eccellenze maschili, e non solo, che rappresenta da due secoli il vero carattere del nostro Paese. Per fortuna non è cambiato, anzi a differenza del nostro «Bel Paese» anno dopo anno, secolo dopo secolo si è evoluto, migliorato, riuscendo a coniugare genuinità e tradizione con la terra, la cultura. Esattamente come il vino, la grappa, la pasta e i mestieri d’arte. Le famose tre M a me tanto care: mente, mano e materia. Di cui noi italiani, malgrado i cattivi esempi siamo per cultura e tradizione, piaccia o non piaccia, i numeri Uno! Il primo contatto con il sigaro Toscano l’ebbi al cinema, tra il ’64 e il ’66, all’epoca vivevo nove/dieci mesi all’anno in collegio e al sabato (ammesso e concesso che non fossi in punizione), quando tornavo a casa, i due zii che mi erano rimasti, Giorgio e Arnaldo, mi stracoccolavano portandomi al ristorante, al mare e spesso al cinema. Fu così che entrai in contatto con la fantastica trilogia del «dollaro» delle pellicole dell’immenso Sergio Leone. Come scordare il Toscano a ore 3 o alle 9 che stringeva tra le labbra il mitico Clint Eastwood! I maligni all’epoca dicevano di Eastwood che avesse solo due espressioni del volto, quella con il sigaro e quella senza. Malignità. Film come Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto e il cattivo.