
Nel 1967 avevo 12 anni, facevo la seconda media. Vivevo e studiavo nove mesi all’anno alla Casa Natale Pio XII di Desio, a casa potevo andarci solo il sabato pomeriggio e la domenica, a patto che non fossi in punizione, come spesso capitava. Altri due mesi li trascorrevo in colonia, prima a Piancavallo e poi a Spotorno con la Caritas Ambrosiana. In mezzo, un mese di vacanza con mia madre. Oggi sono felice, sereno e orgoglioso di quegli anni, ma all’epoca tutto questo non mi piaceva per nulla, anzi ero uno scapestrato ribelle.
La televisione la potevi vedere (solo programmi scelti e selezionati) se te lo meritavi, la radio la sentivamo di nascosto in bagno dopo le 23.00, il film solo la domenica, proiettato nel salone, idem il dolce. Quando riuscivo a tornare a casa, c’era un conflitto immenso dentro me tra quel che imparavo in collegio e la realtà fuori da quelle mura. Ogni volta era un match, sul ring del mio essere il «diavolo contro l’angelo». Ero perennemente in lotta con me stesso, con la vita fuori e dentro le mura, dal collegio alla casa, sempre pronto ad affrontare a muso duro gli angeli e i diavoli. Poco alla volta diventai un cocciuto e indomabile ribelle.
Cominciai a seguire con interesse la musica di quegli anni, sia italiana sia straniera. A casa avevamo un vecchio giradischi. Il disco che prima di allora avevo ascoltato sino alla distruzione dei solchi era un 33 giri del GP di Monza del ’64, con le registrazioni dei passaggi in velocità della Ferrari di Surtees, Cabral, Bandini, Clark, Stewart: un disco che mi ha rapito il cuore e occupato le meningi, a vita, senza che me ne accorgessi. Trovai per casa un 45 giri che mia zia, allora ventiduenne, ascoltava di continuo: San Francisco, di un certo Scott McKenzie.



