
La storia ha consegnato agli atti che nel 1861 la penisola italiana venne riunita in un unico stato sovrano, autonomo e indipendente con la proclamazione del Regno d’Italia unitario. Vero, sulla carta, ma in realtà come scrisse Massimo Taparelli, il marchese d’Azeglio, non fu così allora, e non lo è tuttora. Alla fine del 1860 scriveva il d’Azeglio: «Gli italiani hanno voluto fare un’Italia nuova e loro rimanere gli italiani vecchi di prima. Pensano a riformare l’Italia e nessuno si accorge che per riuscirci bisogna, prima, che si riformino loro». In una lettera sulla integrazione italica continuava: «L’ozio avvilisce, il lavoro nobilita: perché l’ozio conduce uomini e nazioni alla servitù, mentre il lavoro li rende forti e indipendenti. L’abitudine al lavoro modera ogni eccesso, induce il bisogno, il gusto dell’ordine.
Dall’ordine materiale si risale al morale; quindi può considerarsi il lavoro come uno dei migliori ausiliari dell’educazione». Su come strutturare il governo di un Paese era geniale: «Meno partiti ci sono e meglio si cammina. Beati i Paesi dove non ve ne sono che due: uno del presente, il Governo; l’altro dell’avvenire, l’Opposizione. Un tale stato di cose è segno della robusta salute di una nazione». Molti sono gli scritti, le lettere e i discorsi illuminati che fece in Senato; quello che non capisco, anzi, che capisco benissimo è perché tutte queste felici intuizioni e questi buoni propositi abbiano preso poi un’altra strada, scrivendo di conseguenza un’altra nostra storia. D’Azeglio alla fine sintetizzò il suo pensiero in una storica frase da 54 battute: «Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani».
Vi sono dubbi e incertezze sull’attribuzione di questa frase, oggi diventata un dogma: è effettivamente da ascrivere al d’Azeglio, o fu piuttosto di Ferdinando Martini? Resta il fatto che chiunque ne sia l’autore, ha centrato il fulcro del vero problema italiano già 155 anni fa. Non è stata mai unita perché l’Italia è storicamente frazionata da est a ovest, da nord a sud, in almeno tre parti; anche se in realtà per motivi storici e socio-culturali le suddivisioni sono anche molto più numerose. Sette, otto, pensateci? Semplifico, rimanendo sulla divisione in tre: dalle Alpi alla bassa Padana, da Roma in giù, e poi, e poi piaccia o non piaccia, ci sono loro: i Maledetti Toscani. Sono una realtà italiana (italianità che non è per tutti così scontata visto che, è innegabile, dal 1943 l’Italia è un feudo americano gestito dalla Sicilia…). Vado ripetendo da anni che sono un uomo della vecchia destra italica, quella legata a La Marmora a Minghetti, quella legata all’onore, alla patria, alla meritocrazia; ideali che rivivo quotidianamente nei valori del passato, ma coniugati alla contemporaneità. Valori ormai dimenticati, e defunti alla fine dell’800, sostituiti dal pensiero obsoleto del cattocomunismo, dell’eguaglianza sindacale, sempre e a tutti i costi, della par condicio, del politically correct, dell’anarchia (ma non quella vera, storica, quanto piuttosto quella intesa e interpretata, che serve solo per creare caos, scompiglio).



