Essere curioso, osservare e riflettere è un esercizio che pratico da tanti anni. Recentemente, in occasione di Pitti Uomo, Brooks Brothers ha festeggiato in un contesto unico, con la sua prima sfilata fiorentina nel meraviglioso Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, i primi 200 anni di storia. Invitato tutto il sistema moda internazionale, direttori di testate, giornalisti, dealer, responsabili vendite di grandi magazzini internazionali e le più famose celebrità del momento: blogger e influencer.

Un défilé classico, elegante, composto, ma allo stesso tempo giovane e rivoluzionario (in puro stile newyorkese), con in sottofondo le note di Empire State of Mind di Alicia Keys interpretate dal vivo dai 53 maestri dell’Italian Philharmonic Orchestra. Emozionante. La stessa emozione che potevi percepire alla cena di gala, organizzata per «pochi» nella bellissima Sala dei Gigli, accanto alla straordinaria Sala delle Mappe, dove trionfante spiccava la bronzea statua di Donatello che ritrae la vedova ebrea Giuditta con l’inebriato Oloferne, prima di tagliargli la testa. Bellezza, cultura, valori del passato da rivivere mentre nella sala riecheggiano, suonate dal vivo, le note di C’era una volta in America di Ennio Morricone. Credetemi, da brivido. Ma da brivido, ahimé, erano anche molti dei commensali. Per diritto di cronaca i più erano stranieri; beffa del destino, per lo più erano americani, inglesi, nordici e di colore. Malgrado il dress code fosse a prova di babbuino: «Cocktail Attire», si sono presentati in jeans, t-shirt a collo largo o maglioni a dolce vita tipo Polo Nord, con scarpe da tennis (i più elegantoni con sneakers variopinte), rigorosamente senza calze e con cappello di ordinanza in lana ben calzato sul testone, alla Gustav Thöni. Seduti come bovari, gomiti e braccia sulla tavola, smarriti tra i tanti bicchieri che si trovavano dinnanzi e alle troppe posate che impugnavano come mazze (colpa di Bobo e Francesco Cerea che hanno preparato delizie troppo importanti, per loro), bevendo con il gomito incollato al tavolo, versandosi il vino o l’acqua a cascata in bocca. Con le orecchie praticamente sul tavolo e i piedi sulle traverse di rinforzo delle sedie dei vicini, dichiaravano in modo inequivocabile il loro «chi se ne frega» nei confronti degli altri, delle regole, del rispetto, della società, della disciplina, della qualità, dell’urbanità. Ero ospite, esattamente come loro. Non ho fatto commenti di sorta, per educazione, tranne alcune inevitabili occhiate fulminanti lanciate a questi scappati da casa ogni qualvolta incrociavo il loro sguardo.

Sempre per diritto di cronaca, faccio notare che la maggior parte di questi si comportava come un mucchio di comari in mezzo a tante cinciallegre. Ma questa gente non ha avuto un padre, una madre, non ha studiato in collegio, che so, fatto il militare? No, niente di niente, cani sciolti in libera uscita. Il peggio è che questi soggetti rappresentano il nuovo mondo e modo di comunicare e «vendere» la moda. Una nuova società di professionisti che si vantano di abbattere i codici e le regole dell’eleganza maschile a favore di una pseudo modernità senza regole, che cerca di volta in volta di abbigliare un uomo senza tempo, senza identità, con prodotti di scarsa qualità, omologati, ostentando un finto lusso accessibile, trasandato e per tutti. I conti tornano.