Fin dall’infanzia ho cercato sempre di ascoltare e assorbire come una spugna, tutto da tutti. poi la sera, nel mio letto, riflettevo e ripassavo al setaccio della mia anima, della mia educazione e della mia giovane cultura, tutte le cose che nel corso della giornata mi avevano affascinato, stupito, amareggiato, erudito. Quindi, con il pugno, strizzavo forte forte la spugna, facendo cadere e fuoriuscire tutto ciò che non mi apparteneva, che consideravo negativo e nocivo per la mia esistenza, per quella presente ma soprattutto per quella futura. Così facendo ho imparato, conosciuto, selezionato e mi sono evoluto con grande velocità.

Questo modo di affrontare l’esistenza è talmente radicato in me da essere ormai diventato una vera e propria disciplina e regola di vita. Ci sono persone che nel corso della vita ti lasciano nella spugna, nel cuore e nel cervello, una traccia profonda e indelebile del loro sapere. Sul momento lo percepisci, lo apprezzi ma non sai, né tanto meno riesci a immaginare, la ricchezza che queste persone ti stanno dando, quanto quel che resta nella tua spugna in quel momento ti coinvolgerà, plasmerà, segnerà, modificherà e darà forma all’uomo e alla personalità del tuo essere. Sono quei Maestri che per fortuna o per sfortune la vita ti ha fatto conoscere. Gli anni 60 hanno segnato, caratterizzato e determinato molto del mio futuro, così come hanno segnato quello del Paese. Nel ’61 ero alle elementari, nel ’67 frequentavo le medie, il 18 settembre del 1969 ho iniziato a lavorare. Proprio alle medie, alla Casa Natale Pio XI, ebbi modo di conoscere professori e assistenti fantastici, tutti sotto la ferrea direzione di un uomo unico: don Antonio.

Tra questi assistenti c’era Diego, un ventitreenne geniale quanto indeciso, mezzo prete, laureando in storia dell’arte o al Conservatorio, non ricordo bene. Sta di fatto che dopo le lezioni, nelle ore di studio raccontava l’arte e la pittura attraverso la musica e viceversa. Mi fece conoscere, apprezzare e immaginare la vita raccontandomi la musica di Modest Petrovicˇ Musorgskij. Mi diceva: «Ascolta, chiudi gli occhi, inizia a immaginare, a disegnare, colorare, fotografare, filmare, scrivere. Non senti che Musorgskij ti sta dettando?!?». La prima musica che ci fece ascoltare fu Una notte sul Monte Calvo. Chiusi gli occhi, pensai, immaginai, colorai. Quella notte dormii malissimo, con la zucca assediata da spiriti maligni e demoni che volevano portarmi via. Andò meglio, anzi benissimo, quando mi fece ascoltare la suite per pianoforte Quadri da una esposizione, una vera iniezione di piacere e di adrenalina per l’anima e per il cervello.