
C’è una parola che unisce e contraddistingue noi italiani da tutto il resto del mondo: eleganza. Dal nord al sud, dall’est all’ovest viviamo attorno a questo sostantivo femminile, a questo fulcro magico, a questa locuzione latina: elegantia. O, meglio ancora, alla radice della parola che arriva dell’antica Roma: «eligere». Cioè scegliere. In questo termine è racchiuso un significato ben preciso; un orizzonte di senso molto ampio e profondo, che definisce un modo d’essere, di pensare, che va ben oltre al modo di vestire, di abbigliarsi. Questo è ciò che penso e scrivo, è l’elemento qualificante e distintivo della mia persona, la caratteristica comune che mi lega ai miei nobili collaboratori e, soprattutto, a tutti gli attenti, sofisticati ed educati lettori di questo mensile.
Riguardo al fatto che sia una cultura diffusa non metto certo la mano sul fuoco, soprattutto se guardo alla cultura maschile (?) espressa da tanti altri mensili che parlano di uomini distanti dal mio concetto di eleganza, perché la moda, il fashion non mi appartengono. No grazie! Perché il peggior nemico dell’eleganza, ovvero di questa capacita di eligere, di scegliere con cultura e pertinenza, non è certo la globalizzazione, l’appiattimento mondiale di gusti e di pensiero che gioca a renderci tutti uguali. Chi dice questo è colui che cerca e accampa scuse pur di non ammettere la verità. Perché il vero tarlo è l’ignoranza, quella volgare e fasulla imitazione di modelli abietti, eccessivi, pratici, kitsch, molto lontani dalla equilibrata misura che porta alla naturale eleganza. Quest’ultima tocca le sfere più sensibili e raffinate della vita, il portamento, i valori, i gesti, l’urbanità, il modo di esprimersi. Inevitabilmente coinvolge il gusto, la personalità, l’educazione. Infatti, non a caso, l’educazione è come l’eleganza: se non c’è l’hai non puoi certo fingere di averla.
Sarà capitato certamente mille volte anche a voi (ammetto che, personalmente, mi succede sempre più spesso): quando sei in giro per il mondo, da Los Angeles alle Maldive, da Hong Kong a Mosca, ma anche a Parigi, di sentirsi chiedere, con una sorta di ammirazione più che di constatazione: «Are you Italian?». Ogni volta rispondo Yes, Yi, Oui, Ja, Da con grande soddisfazione e orgoglio. Ma come fanno a riconoscerci senza che abbiamo pronunciato una sola parola? È evidente: perché dentro alla nostra spontanea eleganza percepiscono e ritrovano la storia antropologica e artistica italiana.



