
Nel corso di riunioni e pranzi di lavoro, così come alle cene di gala o quelle a casa con amici, sento spesso discutere della cravatta. L’argomento piace, interessa, coinvolge, appassiona. Noto con piacere che, nel momento in cui si parla di lei, la conversazione si fa improvvisamente più attenta, vivace, raffinata. Dicono che dalla cravatta si conosca il carattere di un uomo. Può essere, e in parte è vero. Una cosa però è certa: sicuramente non è per tutti. Sono ormai anni che l’uomo «moderno» e postclassico ha sacrificato sull’altare della «dea degli scappati di casa» (quelli che adorano e venerano la praticità e la comodità) tutte le regole e i codici dell’eleganza maschile, in senso etico ed estetico.
La prima vittima condannata e sacrificata è stata proprio la cravatta. Eppure per noi di Arbiter la cravatta è un segno di gioia, una luce nelle tenebre, un simbolo per poter riconoscere gli altri membri appartenenti alla tribù che custodisce ancora i valori e i tesori di una civiltà perduta. È per noi il territorio della leggerezza maschile, quello della creatività applicata alla cultura e alla pertinenza dell’essere, che ti mette sempre a proprio agio in qualsiasi situazione. Se l’abito maschile è prosa e la scarpa poesia, la cravatta è certamente musica. La cravatta rappresenta infatti l’iride del primo «occhio dell’eleganza», dove il colletto della camicia è la cornea e i revers della giacca sono le palpebre: lei diventa quindi la nota di colore e di stupore. Del resto è l’accessorio che consente all’uomo di uscire dalle maglie dei canoni tradizionali dell’eleganza e di concedersi qualche divagazione e trasgressione sul tema del colore. Il secondo occhio dell’iride dell’eleganza, insieme ai polsi della camicia e della giacca, sono l’orologio e i gemelli. Hanno entrambi un elevato valore intrinseco, in essi confluiscono infatti numerosi fattori, personali, storici o culturali, che sommandosi generano in chi li porta emozione, piacere, orgoglio e un alto senso di appartenenza. Cravatta, orologio e gemelli sono veri cardini maschili che appartengono alla Tribù di Arbiter. Posso affermare con estrema sicurezza che non esiste alcun periodico maschile in Italia e nel mondo (!) che abbia dedicato negli ultimi 18 anni così tanto spazio a questi tre accessori e alla cultura che rappresentano.
Un altro accessorio parzialmente sacrificato agli dèi pagani dell’abbruttimento sono le scarpe. Avete mai provato a guardarvi intorno per dieci minuti, ma con lo sguardo rivolto verso il basso, che so, in aereo, in treno, in metropolitana o all’uscita di una scuola elementare e di un liceo?



