Alle sette di ogni mattina con il mio fido Baloon, un labrador biondo di 15 mesi, un vero terremoto, vado ai giardini Mario Pagano per una bella passeggiata. Quaranta minuti da solo, a contatto e immerso nella natura meneghina. Giorno dopo giorno, lungo il solito percorso, osservo le mutazioni, la crescita dell’erba, lo sbocciare dei fiori sugli alberi, l’intensificarsi dei profumi delle aiuole e della presenza degli scoiattoli, sempre più temerari. A farmi da apripista, con il suo naso sniffante incollato all’erba, terremoto Baloon. Normalmente, sono molte le persone che incontro. Madri e padri che accompagnano i figli a scuola, alcuni vanno in ufficio, molti i giovani ancora verso la scuola, poi altri come me, con il cane al guinzaglio in caccia del «metro giusto». È impressionante come il 95% sia con il cellulare attaccato all’orecchio e lo sguardo fisso nel vuoto. Chissà cosa cavolo guardano? Per la mia libertà lo lascio a casa, prima delle 09.30 non lo accendo mai. Ogni volta che mi trovo con amici o colleghi a parlare dell’uso esagerato che le persone fanno dello smartphone, porto sempre con orgoglio il mio esempio. Negli ultimi cinque anni ho ridotto l’uso di quel magnifico oggetto di grande tecnologia, per la precisione del 79%, facendolo diventare un bene prezioso a mio servizio. Molti mi domandano come faccio, come posso gestire quattro giornali, le pubbliche relazioni e la pubblicità usando così poco il cellulare. Bene, la mia risposta è da anni sempre la stessa: «Vedete, se fossi un chirurgo, come il caro Alberto, o un anestesista rianimatore, come il vecchio amico dottor “Fisch”, o come Maris, Lucio e tutti i medici d’Italia, sono certo che per dovere, credo, responsabilità e professionalità vivrei come loro, con il cellulare sempre attivo, pronto alla risposta, ogni ora della notte e del giorno. Perché loro fanno la differenza. Loro salvano la vita alle persone, oggi più che mai. Io non salvo un bel niente. Tutt’al più posso affascinare e intrigare il tempo dei Signori lettori della tribù di Arbiter attraverso l’emozione e la qualità che eventualmente riesco a donare».

Ho il massimo rispetto per questi camici bianchi o verdi, oggi più che mai. Non è per caso che tutte le volte che qualcuno mi chiama dottore, per presentarmi o per salutarmi, sorrido, ringrazio e dico che io non sono un dottore. Primo perché non sono un laureato, secondo perché i dottori, per me, sono quelli, per l’appunto, con il camice bianco o verde. Sono quelli che hanno studiato pensando al prossimo, con spirito di sacrificio e abnegazione, prima di pensare a fare i «dané». Professionisti che per anni, forse, sono stati solo delle comparse, ma che al momento opportuno si sono tramutati in primi attori, pronti e preparati a recitare con passione una parte importante e vitale sul palcoscenico della vita della Nazione. Cari Signori Dottori, m’inchino e… Chapeau! Ed è proprio pensando alla Nazione che con l’amico Ugo Cilento abbiamo deciso di riprendere una delle sue cravatte Limited Edition, create per i 150 anni dell’Unità d’Italia, di riprodurla e riproporla come Edizione Limitata a tutti i lettori. Perché mai come in questo momento storico, l’Italia deve trovare la forza di rimanere Unita. Per ogni cravatta venduta, Arbiter e M. Cilento & F.llo devolveranno 50 euro alla Siaarti, Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva. Il suo motto è «Pro vita contra dolorem semper».

Non è poi un caso che la copertina di questo numero sia dedicata a Raffaello Sanzio, celebrando i 500 anni dalla sua scomparsa. Un vero Arbiter Elegantiarum del Rinascimento italiano. Giovane talento, diventato in pochissimo tempo un grande pittore, senza dubbi il più grande. Genio che amava la bellezza, l’eleganza e si nutriva di due passioni: l’arte e le donne. L’opera che vedete in copertina è stata realizzata a Bruxelles da Alessandro Scarabello. Ha preso spunto dallo stendardo della santissima Trinità, dipinto dal giovanissimo Raffaello nel 1499 per Città di Castello, all’indomani della fine di una pestilenza. Immagine significativa, con un evidente stretto dialogo con i nostri giorni, sia per la sua origine sia per la scena che rappresenta. Quello che è successo e sta accadendo in Italia ci lascerà addosso indelebili cicatrici. Il presidente Sergio Mattarella, come numero uno della Scuderia Italia, dovrebbe ordinare a tutti: «Box! Box! Box!». Sì, tutti dovrebbero fermarsi ai box, perché la macchina Italia non funziona più. È tutto da riconsiderare, riprogettare, rivedere, ricomporre. Partendo dalle cose più importanti per una nazione seria, che guarda al futuro: in primis la sanità e la scuola, per decenni lasciate alla deriva! Per poi passare, con interventi profondi e drastici, alla classe politica, mai così scarsa, incolta, incompetente. Non so voi, ma per me è inaccettabile e mortificante accettare passivamente di essere governato da soggetti che prima di fare il ministro della Repubblica Italiana erano disc jockey, vendevano bibite allo stadio o facevano il giullare al Grande Fratello. O, peggio ancora, da chi pontifica cosa fare e come gestire la situazione drammatica del Paese, ma che in verità, nella sua vita, ha solo fatto l’insegnante e non ha mai amministrato nulla, nemmeno un supermercato. È veramente un governo dalle radici «sinistrose», in tutti i sensi. Vivono e si nutrono solo di antifascismo. Da settembre 2019 a gennaio 2020, anziché pavoneggiarsi, litigare tra loro giocando a fare i primi della classe a Bruxelles (senza minimamente pensare al bene degli italiani), come sport preferivano impegnarsi a vedere e additare fascisti e nazionalisti dietro ogni angolo dell’Italia. La cosa curiosa è che, se si va nel sito del Ministero della Salute, nell’area tematica delle malattie infettive/archivio banche dati, ci sono tanti comunicati del 2019 rigorosamente numerati che, a partire da luglio, poi settembre, ottobre e dicembre lampeggiano come tanti diodi di allarme. Per esempio, il n. 69 del 18/07/2019 si chiama Sindrome respiratoria Medio-Orientale da Coronavirus (Mers-CoV) – Regno dell’Arabia Saudita. 16 luglio 2019, ma le segnalazioni venivano effettuate sin da febbraio, dopodiché da luglio diventano più fitte, ravvicinate, numerose. Secondo voi che cosa vuol dire? Certamente non sarà questo maledetto Covid-19, ma visto che è comunque un coronavirus simile a quello della Sars che ha già un tasso di letalità pari al 10% e che questo Mers-CoV già più volte segnalato è un coronavirus con un tasso di letalità superiore al 34%, considerate le ripetute segnalazioni fatte nei vari comunicati, tenendo conto di quanti italiani negli ultimi sei mesi sono andati da quelle parti (senza dimenticare quanti cinesi lavorano da quelle parti!), per non sapere né leggere né scrivere, caro ministro vuoi darti una mossa! Qualche precauzione da prendere? No? Questo sino al comunicato n. 6 del 13/01/2020, che titola Nuovo Coronavirus-Cina 12 gennaio 2020. I comunicati poi seguono sulla Corea e sul Giappone, sino ad arrivare al disastro di questi ultimi giorni, settimane, mesi. È gente d’oggi, hanno paura della morte e non sanno, né conoscono, l’audacia!