Chi mi conosce da tempo, sa che il concetto delle tre M, mente, mano e materia, regna da sempre in me. Espressione della cultura del fare, del saper fare, e del fare sapere. Sintesi racchiusa in una parola: artigianalità. Un amore nato nel lontano settembre del ’69, in una piccola tipografia, componendo e associando carattere dopo carattere; così mi sono innamorato della mia professione e di una parola magica, che ha stregato 46 anni della mia vita: giornale. Erano ormai quattro anni che mi prudevano le mani, e le meningi. Volevo rimettere mano al mio giornale. Più passava il tempo e più quel contenitore faticava a contenere la mia evoluzione. Nel magazzino, come nel box, nel ripostiglio, così come in cantina, o nella libreria, piuttosto che nella scarpiera o nella cabina armadio, non ci stava più nulla. A meno che non fossero «cose» piccole. Mi sentivo ormai soffocare. Tutto mi andava maledettamente stretto. Tutto ciò che volevo fare era impedito dagli spazi, determinati nel progetto del 2001. Quale miglior occasione dell’Expo per cambiare? Questa voglia di innovare, rinnovare, mettere a punto quanto già ho collaudato in 35 anni di professione… La sentivo come un’esigenza inderogabile, inappellabile, simbolo di un cambiamento, al passo con i tempi, che rigenera, rende migliori, pur senza mai rinnegare quanto di bello e di buono ho costruito nel passato. 

Se Monsieur è stata «la rivista dell’uomo extravagante», ovvero di chi condivide registri diversi cercando più domande che risposte, Arbiter è un laboratorio, libero dalla servitù del relativismo. Nel suo asse ereditario, figurano sia l’italianità sia l’internazionalità, sia l’eleganza sia la moda; più di modi, che di moda. Un vero e proprio «magazzino» dove sapersi emozionare ancora dinanzi ai sensi, dove incontrare persone e idee che raccontino i valori del passato, nella contemporaneità. Sfogliando il giornale troverete alcuni esempi di come eravamo 80 anni fa. Sia Monsieur che Arbiter sono nati tra gli anni 20 e 30 del ’900, nell’età aurea del Classico.

Fu in quegli anni che si tracciarono le linee guida della cultura dell’eleganza maschile, esteriore e interiore, compresi gli accessori: dal fumo all’orologio, dall’aereo al treno, dall’architettura al design. Dal  1927 al ’34 in Italia esisteva un solo giornale di questo tipo: Lui, per l’uomo italiano, che poi seguendo la grande e fondamentale evoluzione dell’uomo cambiò nome e fu chiamato Arbiter Elegantiarum, rivista di vita maschile. La locuzione fa riferimento ben preciso all’abbigliamento. Palese il richiamo a Publius Cornelius Tacitus, che illustrò la storia e la vita dell’impero romano, nel corso del I e II secolo dopo Cristo, con grande capacità di ritrarre l’animo degli uomini. Raccontò con parole sue la vita e le abitudini aristocratiche più etiche che estetiche del politico e scrittore Tito Petronius Niger, conosciuto come arbiter elegantiae. Lo devo ammettere: ciò che ho studiato e letto nel tempo è confermato dall’emozione e dal piacere che ho provato nel leggere e sfogliare la raccolta dei numeri di Arbiter degli anni che vanno dal 1935 al ’42, dal 1947 al ’60. Un’esperienza unica che ha veramente impressionato non solo me ma tutta la redazione.