La storia, e il mare nostrum, hanno creato e formato nei secoli eccellenti marinai e grandi navigatori. Alcuni, come Cristoforo Colombo, Giovanni Caboto, Alvise da Mosto, Giovanni da Verrazzano e Amerigo Vespucci, hanno compiuto imprese epiche, acquisendo il diritto di entrare nella leggenda della marineria, della navigazione. Ci sono altri capitani e ammiragli di cui vorrei raccontare le gesta, la gloria, nomi e volti che meriterebbero di essere conosciuti, uomini tutti d’un pezzo che hanno vinto battaglie leggendarie in tutte le epoche. Ci sono però anche uomini che le loro battaglie le hanno fatte e le fanno senza punterie, dispiegando il loro valore e coraggio nella sfida con il Dio Mare. Uno su tutti: Giovanni Visin. Un personaggio che la grande Storia ha tenuto all’oscuro, ma che la storia l’ha fatta, eccome. Giovanni nasce e cresce fuori dagli attuali confini italiani, a Prcanj (Perzagno), cittadina posta sulle sponde occidentali delle Bocche di Cattaro, in quello che è oggi il Montenegro.

Erano 1.238 abitanti (oggi non credo siano molti di più), di cui 90 capitani di lungo corso e 400 marinai. Tutti vivevano di mare, tutti parlavano veneziano e italiano, come capita ancora oggi a chi ha la fortuna di solcare e immergersi nelle cristalline acque montenegrine, conosciute anche come «i Caraibi dell’Adriatico». Il giovane Visin impara a leggere e a scrivere in italiano studiando nel convento francescano di San Nicola. A 12 anni si imbarca come mozzo a bordo di velieri che da Perzagno battono tutte le rotte dell’Adriatico, sino a quando, diciottenne, entra all’Accademia Marittima Superiore di Trieste, all’epoca vanto dell’Imperiale Regia Marina mercantile austriaca. Vent’anni dopo aver accumulato esperienza e risparmi, Visin va a Fiume, e commissiona al cantiere di Andrea Zanon un veliero da trenta metri. Dieci mesi più tardi, il varo. Il brigantino era talmente bello, filante e veloce che lo battezzò «Splendido».

Con quel veliero Giovanni compì, in sette anni, il primo giro del mondo di un naviglio commerciale. In un passaggio del suo diario, Visin scrive: «Il coraggio, la speranza e la perseveranza mi condussero a buon fine. Mi sono convinto che la potenza dell’uomo consiste nel far di se stesso la debita stima. Si ricordino adunque tutti quelli che volessero seguire il mio esempio che la perseveranza rassoda l’intelletto e il cuore di chi la possiede. L’uomo presti fede a se stesso e si convinca che la perseveranza ha alcunché di decoroso che aggiunge nobiltà e importanza ai concetti e alle sue azioni». Concetti e azioni che ha imparato a regola d’arte un velista triestino dalla V maiuscola, Vasco Vascotto, uomo che ha partecipato alle più importanti sfide veliche degli ultimi anni.