L’idea del tema di questa copertina ha cominciato a plasmarsi, prendere forma e sostanza, mentre scrivevo l’editoriale del numero scorso. Eh, sì, mentre scrivevo mi rendevo conto sempre di più che, dopo 53 anni di lavoro, ero ormai da tanti lustri un devoto fedele praticante della dottrina della Religione del rischio. Sono ormai più di vent’anni che vivo rischiando, che ho lasciato la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno, per amore della mia professione, della libertà. E una cosa posso affermare con certezza: il rischio è vita! La fatica e il dolore forgiano l’uomo, non bisogna temerli, anzi, vanno affrontati e sfidati con coraggio. L’ho capito col passar del tempo, come ho capito che in questa civiltà delle macchine e dell’esasperazione tecnologica il rischio non viene contemplato, se non calcolato. Ma se il calcolo si sostituisce all’avventura, all’eroismo e al rischio, avremo sempre più uomini e donne che si snaturano, che poco alla volta si spegneranno. Abbiamo bisogno del rischio per farci battere il cuore, per vivere. La cartina al tornasole di tutto ciò è il teatro del «Romanzo Quirinale» trasmesso a reti unificate a gennaio. Le vicende politiche di quei giorni hanno certificato l’impotenza del Parlamento e soprattutto l’incapacità del Paese di fare anche un solo passo avanti. Con l’evidente conferma dell’incapacità di intendere e di volere dei leader politici. Nessuno ha voluto rischiare niente di niente. Tutto è rimasto come prima. Una sconfitta pesante per l’Italia, per il suo futuro, per la democrazia, per quello che resta della libertà. Un Paese imbalsamato, con tante mummie giovani o meno giovani a governare un Paese di vecchi. Dov’è andata a finire la sana religione del rischio? La sua etimologia è incerta, ma di sicuro senza il concetto di rischio l’umanità non avrebbe raggiunto le sue vette più alte, tanto spirituali quanto materiali. D’altronde, si sa che chi non risica, non rosica. «Audentis fortuna iuvat» era l’esortazione ad attaccare Enea rivolta dal re guerriero Turno ai suoi uomini nell’Eneide di Virgilio. È esaltante, vero, applicabile alla vita civile, alla famiglia, al lavoro, alle passioni, esattamente come il dannunziano (a me tanto caro) «Memento audere semper», «Ricordati di osare sempre». Proprio il Vate, nella sua Sala delle Reliquie al Vittoriale dedicata a tutte le religioni del mondo, aveva posto dinanzi a un tabernacolo, tra un Buddha e una Vergine, come immagine sacra, il volante deformato del motoscafo con cui Henry Segrave era eroicamente morto il 13 giugno 1930 nel lago Windermere, nel tentativo di superare il record di velocità per natanti d’entrobordo. Il supremo sacrificio sull’altare di quella che Gabriele D’Annunzio aveva battezzato «Religione del rischio». L’uomo teme l’ignoto, certo, è biologico, ma la paura può anche rivelarsi il sentimento più tossico per la nostra anima; il suo contrario si chiama amore. E amore si traduce con vita. Panta rei, tutto scorre, perché in natura, tutto quello che non fluisce, che non pulsa, non vale niente, stagna e imputridisce. Il rischio è la via, calma e potente, per superare i propri limiti e conseguire la vittoria. La comfort zone ci è necessaria quanto l’uscirne, consapevoli di chi siamo e di cosa vogliamo. D’altronde, come diceva il mitico Mario Andretti, «Se hai tutto sotto controllo, significa che non stai andando abbastanza veloce». Le competizioni automobilistiche vivono nella ricerca dell’esplorazione del limite, cercando di rimanere sempre sull’orlo del precipizio. Equilibrio precario tra il possibile e l’impossibile, tra trionfo e sconfitta. Il coraggio non è necessariamente ignorare il pericolo, ma piuttosto conoscerne tutti gli aspetti.

Ricordo una delle ultime cene all’Abbazia di San Nazzaro Sesia con Ayrton Senna, Monty e altri amici: era il 1990 e Ayrton parlava dell’incidente pazzesco di Martin Donnelly avvenuto nel corso delle qualifiche del venerdì a Jerez per il Gran premio di Spagna. Con la mano tesa e piatta simula la traiettoria della Lotus Lamborghini V12, l’uscita di pista, l’impatto contro il guardrail, descrive la disintegrazione ai minimi termini della vettura e come Donnelly, sbalzato dall’impatto fuori dalla macchina, rotola e si ferma al cento della pista. Il volante Momo accartocciato sul selciato (sarebbe orgoglioso il Vate di porlo nella sua Sala delle Reliquie!). Un’ immagine drammatica che Ayrton ha ancora nitidissima nei suoi occhi. Le sue mani si fermano, si posano educate sulla tavola da pranzo. Capisco che è molto turbato nel raccontare la scena, quasi spaventato. Dopo un attimo di riflessivo silenzio dice: «Ero incredulo che potesse accadere una cosa simile. Mi sono fermato, ho visto la scena, mi tremavano le gambe, ho assistito personalmente a ogni fase di quel dramma». Mi viene spontaneo chiedergli: «Ma come fai a conciliare la paura quando fai un mestiere come il tuo?». Beve un sorso d’acqua e guardandomi negli occhi mi dice: «Sai, con il tempo un pilota impara a convivere con il rischio, è una convivenza pacifica. Non voglio dire che non ci penso, né passa in secondo piano, anzi, va sempre tenuto ben presente. In quel momento ero triste, l’aria ai box era irrespirabile, carica di ansia, d’incertezza, sapevo che un collega stava male. Volevo capire la situazione, conscio che tutto quello che vedevo e stava accadendo faceva parte della mia vita. So che ho una salute di ferro», continua, «ma so anche che posso perderla in un attimo, basta un errore, un guasto (ciò che accadde quattro anni dopo a Imola, nda)… puoi stare dentro la tua macchina ai box ed evitare di pensare, riflettere ma… ma c’è un elemento umano coinvolto, una persona che conosci, che sta male lì, a pochi metri di distanza… non puoi far finta di niente, ero andato al centro medico a cercare notizie, a vedere come stava Donnelly, come lo stavano curando… mi sono accorto che esiste un’altra paura, quella di non volere più correre, quel giorno, il giorno dopo, il mese dopo. Non riuscivo ad allontanarmi da lì, mi accorgevo di essere in difficoltà, avevo bisogno di un sostegno, di ritrovare un punto di riferimento. È allora che capii di che cosa avevo bisogno. Avevo bisogno della mia macchina, del mio lavoro. Ti sembrerà strano», conclude Ayrton, «ma alla fine di quella esperienza avevo capito che l’amore per il lavoro, quello che mi sono scelto, è più forte e importante di qualsiasi altra cosa al mondo». Per la cronaca, Donnelly scampò alla morte e, quando le qualifiche ripresero, Senna risalì sulla sua McLaren-Honda facendo registrare il miglior tempo e conquistando così la sua cinquantesima pole position in Formula 1. 

Il rischio è vita, è una religione, ma è anche una disciplina. Come ha raccontato nei suoi libri uno dei miei scrittori preferiti: Vittorio Giovanni Rossi da Santa Margherita Ligure. Il primo che ho letto è stato Oceano, bellissimo. All’epoca frequentavo la seconda media e le sue opere erano indirizzate proprio per la scuola media. Oggi sarebbero perfette per i licei e per qualche università. In quegli anni, parlo del ’67-’68, avevo già il pallino per la pesca subacquea e le competizioni automobilistiche: quando avevo due lire in tasca non potevano mancare sul mio banco del collegio riviste come Mondo Sommerso, Auto Italiana e poi Autosprint. I racconti di Rossi e le sue avventure mi conquistavano, mi carpivano la mente, mi scaldavano il cuore. Sognavo, leggevo, sognavo, leggevo, fantasticavo e immaginavo. Tutti i suoi libri avevano un perché, mi spronavano sempre ad andare oltre, a imparare ad apprezzare l’avventura, a non avere paura del rischio, a sapersi confrontare con l’ignoto, con la potenza della natura e, soprattutto, a imparare a confrontarsi, quotidianamente, con se stessi. Sino al ’75 i suoi scritti sono stati buoni e fedeli compagni di viaggio. Poeta, pescatore, carovaniere, palombaro, scrittore, marinaio, minatore e inviato per il Corriere della Sera e per Epoca, Rossi era un uomo d’azione vero. Partecipò alla Prima guerra mondiale, a quella di Abissinia e alla Seconda guerra mondiale. Nel 1925 fu tra i 250 firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti, atto che a tutt’oggi gli costa caro: non è un caso che i suoi libri non vengano più ristampati e che lui sia finito nel dimenticatoio. Libri che in questo squallido momento di gente omologata dal dilagante pensiero unico che proietta tutti verso il basso, acquistano ancor più significato e valore. Per fortuna li ho conservati. La libertà dalla paura e la scoperta del coraggio sono quello che gli uomini dei suoi racconti cercano. È questo l’insegnamento che Rossi cerca di trasmettere in ogni sua pagina, la tensione, l’impeto morale, cui lui mai viene meno. Perché il compito degli esseri umani è quello di superare se stessi, non certo quello di vivere mangiando, bevendo, cantando e facendo i comodacci propri. Vivere, ci insegna Rossi, è lottare, scoprire e annettere dimensioni nuove. Pochi conoscono le sue opere, le sue avventure, la sua storia, in compenso tutti conoscono e sanno tutto di Ernest Hemingway e, un po’ meno, di Joseph Conrad. Quando ho raccontato il tema di copertina a Giuseppe Frangi, non ha avuto alcuna esitazione nell’indicarmi l’artista dell’opera di copertina di questo numero di Arbiter: Matteo Fato. «Franz, lui è l’artista giusto per questo tema, un giovane interessante di Pescara», mi dice.