Unmei no akai ito è il nome orientale della leggenda del filo rosso del destino, oggi parafrasato in tutto il mondo in leitmotiv o, più diplomaticamente, fil rouge. Espressione impiegata da Sigmund Freud per definire l’elemento dell’inconscio che unisce l’intero percorso psicologico di una persona nel corso della sua esistenza. Con un senso più razionale, per identificare il cordame della marina inglese, si ritrova nel romanzo Le affinità elettive di Johann Wolfgang von Goethe. Il risultato è che, alla fine, dietro la leggenda del fil rouge emergono due concetti e sostantivi femminili ben precisi: identità e qualità. Uno è la conferma dell’altro. Qualità è un termine inflazionato, spesso ridotto a slogan e svuotato del suo vero significato originario (idem lusso) al punto da diventare un artificio tanto per lo sguardo quanto per il pensiero. Per noi e voi, lettori di Arbiter, è invece la punta emersa di un iceberg: è il tempo, è la passione, è una forma di dedizione al bello, al buono, al meglio della vita. È un abito tagliato con cura, un vino che ha saputo attendere il suo tempo, un’opera d’arte che scava sotto l’apparenza, un piatto cucinato con amore e ingredienti selezionati. È attenzione, esperienza e forma di resistenza all’omologazione. Ecco perché Arbiter racchiude in sé il mondo di Kairós e di Spirito diVino. Ed è proprio da questi concetti che nasce l’opera di copertina di questo numero: un viaggio letterale e simbolico tra le vene di un mondo, tracciando una mappa del vivere bene, dal gusto ironico in cui solo ciò che è scelto con consapevolezza diventa, davvero, lusso. Il vino, bianco, rosso, rosé, così come lo Spumante, il Franciacorta, il Trentodoc e lo Champagne, sono un autentico filo rosso, o paglierino, che attraversa e connette i diversi mondi dell’eccellenza e del vero (!) lusso. Per una vita di scelte consapevoli secondo la formula a me cara del «meno ma meglio».

Partendo dalla sua dimensione culturale e sensoriale, il vino si interseca naturalmente con gli alcolici e la cucina raffinata, per un valore di 141 miliardi di euro nel 2024. È il magico fulcro della gastronomia d’élite. Ma va ben oltre: la sua presenza accompagna i momenti più esclusivi del lusso personale per un valore pari a 363 miliardi di euro e dell’ospitalità di alta gamma per 242 miliardi di euro. La sua riconosciuta identità ha conquistato negli anni il mondo degli intenditori e dei collezionisti, non è un caso che lo si ritrovi in tutte le sale che contano della buona società, delle case automobilistiche di alta gamma, così come a bordo di jet privati e yacht, o trionfante nei vernissage dell’arte contemporanea, intrigante nelle gioiellerie e aggregante negli ambienti raffinati dell’interior design. In questo panorama, il vino non è soltanto un prodotto, ma un simbolo trasversale di vita, raffinatezza e identità culturale, capace di unire esperienze e settori diversi sotto un unico segno di eccellenza. La sua forza narrativa e il suo valore simbolico lo rendono una leva strategica per costruire connessioni autentiche nel mondo del lusso contemporaneo.

La copertina di questo numero certifica e omologa, dopo dieci anni dall’intuizione, il perché di Arbiter nel mondo editoriale. Un mensile pensato, progettato e creato ad hoc per uomini e donne audaci, controcorrente, che ogni giorno, da anni, rinunciano al richiamo delle chimere semestrali della moda, alle facili tentazioni del «trend» per seguire e perseguire ognuno il proprio ideale di eleganza, in tutti i campi in cui la qualità e l’emozione (rese manifeste dalla maestria) caratterizzano il proprio stile dando pregio alla propria personalità. Nulla può essere se mancano caratteristiche come la personalità e l’identità. Così come nessuno è elegante se manca l’intelligenza (Giorgio Armani docet: «I cretini non sono mai eleganti»). Non può esserci eleganza là dove vi sia ovvietà, tracotanza cafona, maleducazione untuosa e falsa modestia, esasperazione kitsch di stili di vita eccessivi. Come difendersi? Semplice, come dice da tempo l’amico Alberto, Il Cavalli, «usare la sprezzatura». Un sostantivo che suona aguzzo e disturbante, ma che è invece la più sintetica ed efficace definizione di ciò che tuttora rappresenta il più prezioso vantaggio competitivo della cultura italiana, della tradizione e dell’intelligenza che ci vengono riconosciute.