
Un dipinto in bicromia dai toni caldi, dove il freddo del magenta si fonde con il calore del giallo,
creato per Arbiter dall’artista Alberto Montorfano. Così nasce la copertina di dicembre. Un’immagine
rosso fuoco che ho voluto dedicare al Sommo Poeta, Durante di Alighiero, detto Dante, l’italiano più celebre e tradotto al mondo. Lo scrittore che ha saputo tradurre in poesia la scienza universale. Non è semplice parlar di Lui in uno spazio così ristretto come questo: artista sublime, immenso, elegante e cortese cavaliere, un Arbiter elegantiarum del ’300 fiorentino. Rende banale ogni tentativo di ricordarlo, anche ora, nell’anno delle celebrazioni per il 700esimo della sua morte. Un Poeta oggi più che mai contemporaneo, che ha ispirato nei secoli pittori, scrittori e registi alla ricerca di un rinnovato umanesimo. Perché Dante vive in ogni uomo. Una copertina rossa come la veste scarlatta vescovile di San Niccolò che il poeta evoca quando descrive il loro incontro, in compagnia di Virgilio, nel XX canto del Purgatorio. Una narrazione che sin da piccolo mi ha sempre affascinato.
Una storia antichissima sull’unico vero Babbo Natale e sull’usanza di scambiarsi i doni nei giorni del solstizio d’inverno. Era un augurio di prosperità, si scambiavano e regalavano doni di ogni tipo. Era
la famosa «stre¯na», così chiamavano i latini i regali di buon augurio. Tutto ha inizio nell’antica Roma nei giorni in cui si celebravano i Saturnali, un ciclo di festività della religione romana, durante l’epoca imperiale:
si svolgevano dal 17 al 23 dicembre, periodo stabilito da Tito Flavio Domiziano. La tradizione pagana dello scambio dei doni rimase, anche quando attorno al 325 i Romani cominciarono a festeggiare il 25 dicembre, la data della nascita di Gesù. Con il passare dei secoli, i portatori dei doni vennero poi identificati in vari personaggi: i Re Magi,
la befana, Santa Lucia e persino… Gesù Bambino! Dante Alighieri si trova con Virgilio nella V cornice del Purgatorio, dove all’interno espiano le anime degli avari e dei prodighi. Il poeta ascolta le anime ricordare esempi di povertà e una la proverbiale liberalità di San Niccòlo. Il santo, raffigurato con tre palle d’oro, o sfere, in mano, è celebrato
proprio ora, in dicembre. Nel XX canto del Purgatorio, nei versi 31/33, il poeta scrive: «Esso parlava ancor de la larghezza / che fece Niccolò a le pulcelle / per condurre ad onor lor giovinezza ». Si racconta che il Santo venne a sapere che tre figlie di una buona famiglia, caduta ahimè in disgrazia, furono costrette dal padre a prostituirsi. San Niccolò decise di aiutare le giovani malcapitate, così per tre notti consecutive lanciò di nascosto dalla finestra tre palle d’oro, oro prezioso che avrebbe costituito la dote delle tre «pulcelle ». L’ultima notte trovò la finestra sbarrata, non si perse d’animo, si arrampicò sul tetto e gettò l’ultima palla d’oro attraverso il camino, salvandole e offrendo alle tre pulcelle una vita onorevole. Una copertina rossa come l’Inferno delle tavole di Renato Guttuso. Calda
come l’amore per Beatrice. Rossa come il fuoco che arde da sempre in me per le cose belle, per la gioia di vivere, di conoscere, di sapere e di far sapere. Rossa come la voglia di vivere anche in questo tragico e pessimo anno il nostro Natale, all’insegna di meno ma meglio. In pochi, in famiglia, ma viverlo intimamente nel rispetto della tradizione
italica che da secoli unisce e aggrega il mondo cristiano attorno alla nascita di un bambino di nome Gesù.
Rossa e oro come le nostre tavole, addobbate per celebrare il sapere e i sapori d’Italia. Rossa come il demonio della Divina Commedia che racconta nel suo ultimo libro Pupi Avati, ultimo Maestro della cinematografia italiana. L’abbiamo incontrato per farci spiegare perché Dante sia ancora contemporaneo. Perché Vittorio Gassman e Roberto Benigni non sono mai andati oltre, nelle viscere, come fece Carmelo Bene. Perché tutti si sono occupati della sua
Somma opera, la Divina Commedia, ma mai nessuno della sua vita. Il suo film sarà sull’uomo Dante: dolcissimo ma sconfitto, esiliato ma affettuoso, mite ma polemico. Uno scrittore che non finisce mai di dire ciò che ha da dire. Come scriveva Italo Calvino: «La sua forza fu, all’epoca, quella di fare dell’Inferno una sorta di denuncia. Anticipò,
anche in questo caso, le inchieste giornalistiche. Mi verrebbe voglia di dire che inventò, lui per primo, il modo di fare cronaca. E lo fece attraverso una lingua talmente potente da diventare quella italiana».
Una copertina rosso fuoco, come il rogo dove brucerebbe questa società spregiudicata, che si nutre del nulla, di vanità, tutta omologata verso il basso, priva di valori, di amore verso il prossimo. E allora tutti giù in basso, giù verso gl’inferi: «S’i’ fosse foco, arderei ’l mondo», scrisse l’Angiolieri. La mente inevitabilmente corre al XXVI canto, dell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno, nei Canti di Ulisse, dove Virgilio spiega a Dante perché le due anime che incontrano, quelle degli eroi Ulisse e Diomede, sono avvolte nella stessa fiamma. Perché entrambi
idearono il cavallo di Troia, uno degli inganni più grandi della storia, ma non solo, condanna altresì l’eroe acheo di aver oltrepassato i limiti imposti alla natura umana rappresentati dalle colonne d’Ercole. In questi mesi siamo in uno tsunami ben oltre le colonne d’Ercole.
Siamo tutti nella decima bolgia. Il primo ministro Giuseppe Conte e il suo governo, composto di onesti, ma di arroganti incapaci, non sono citati nel Paradiso. Di certo il Sommo Poeta li incontrerebbe al IX cerchio, nel lago Cocito, immersi nel Flegetonte, fiume in cui sono imprigionati i traditori. Nel frattempo stanno mettendoci loro al rogo, tramutando il Bel Paese in un Paese infernale, invivibile. Ecco perché dobbiamo avere la forza e il coraggio di reagire e andare oltre. «Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza». Ricordiamoci chi siamo e come potremmo ritornare! La notte di Natale fermatevi un momento, uscite, guardate in alto, osservate il cielo intenso verso sud-est, verso Betlemme, un magico tappeto blu cobalto; dove vedrete splendere la Cometa, tra mille stelle, là, oltre Dante Alighieri, si nasconde l’enigma dell’uomo.
Controeditoriale
Chi segue Arbiter sa e conosce le mie passioni, la subacquea, i motori, le auto e, soprattutto, le competizioni
automobilistiche. Così, lunedì 19 ottobre, come previsto e fissato da tempo, vado a Castel San Pietro, sulle colline che dominano Imola, per provare la bellissima Dallara Stradale: 400 cavalli per 855 chilogrammi, perfetta per il mio modo di guidare, di concepire il rapporto uomo/auto, il rapporto peso/potenza, il rapporto abilità/incoscienza. Ma oggi tutto questo non è più un valore aggiunto, oggi fanno macchine che anche uno scimpanzé potrebbe condurre. Come un bambino che deve andare a giocare, mi regolo la sveglia per le 06:30, barba, doccia, ma sento che il mio motore non gira come dovrebbe, ha le temperature un filo alte.
Prendo un caffè, una Tachipirina e via verso l’autostrada, direzione Bologna. Sono in anticipo, mi fermo in un autogrill. Dentro, una bolgia, sembra di essere ai cancelli di Monza il giorno del Gran premio. Stringo al naso la mia Ffp2, faccio con cura e attenzione la fila, con qualche difficoltà, difendendomi da soggetti modello cavallette riesco a destreggiarmi e ordinare un cappuccino. Dopo di che, ne approfitto e mi dirigo verso la toilette per fare un «pit-stop»: peggio che peggio, preferisco non buttarmi nella mischia, rinuncio. Riprendo l’autostrada e mentre guido
rifletto: «Ma quei geni di Roma hanno chiuso tutto, ma non hanno regolamentato questi punti di sosta e ristoro? È come entrare al supermercato del Covid, senza sconto, è tutto tuo, e gratis! Complimenti!».
Arrivato a destinazione mi sento meglio, sarà perché ho visto la gialla Dallara e l’adrenalina ha preso il posto del malessere, e forse perché ho ritrovato vecchi amici: Stefano Scatà, con lui collaboriamo sin da Gente Viaggi, era il 1980; Gianmaria Cesari, che ci ospita nella tenuta e proverà con me la vettura; Marco Tonelli, che proverà
per Spirito diVino i vini della cantina di Gianmaria. Salgo, sistemo la pedaliera, trovo la posizione ideale per incrociare e controsterzare, verifico la corsa del cambio manuale, accendo e via, tra le suggestive, impegnative
e tortuose strade delle colline, tra emozionanti calanchi e sconfinate vigne. Regolo assetto intermedio, terza, quarta, e per alcune manciate di metri, quinta, punta-tacco, scalata rapida quinta-terza-seconda, traiettoria
pulita e giù il piede in uscita per sentire gli zoccoli dei 400 cavalli mordere lo sconnesso asfalto. Che bellezza! Forse questa sarebbe stata la mia vera professione!? Forse, chissà. Sarà per la prossima vita. Alla fine ero un filo provato, con poco fiato, sudato. Scendo dalla Dallara, mi tolgo il giubbino e mi faccio accarezzare dall’aria fresca dell’autunno di Romagna. Poi mi viene freddo, mi ricopro. Verso le 15:00 saluto tutti, ringrazio il giovane (e bravo) collaudatore, prendo la strada verso Milano. Mentre guido sento che qualcosa continua a non quadrare, a non tornare. Non va. Ciononostante, tra Modena e Milano, riesco pure a prendermi una multa per eccesso di velocità: 140 km/h. Che palle! Evviva la Germania! Come uno zombi arrivo comunque a casa, tremo, la temperatura, anche al minimo, è alta, il termometro mi indica 38,4 °C. Spengo il motore, mi metto tranquillo in poltrona a leggere e rispondere alle centinaia di mail e vedere i servizi preparati oggi dalla redazione. Ho freddo. Continua a non girare. Una bella pastina, una Tachipirina e filo di volata a cuccia. Notte calda, la temperatura non scende, la mattina di martedì
20 mi sveglio che sono uno straccetto, infreddolito, raffreddato. Credo e penso di essermi preso un bel raffreddore guidando su e giù dalla macchina e dalle colline romagnole. Decido, come altre migliaia di volte, che la Tachipirina non è sufficiente, prendo l’ipercollaudato Augmentin. Passa il giorno, la notte, arriva un altro giorno, ma la temperatura non scende, anzi, continua a salire, chiamo il medico di base, nulla, non risponde. Ormai siamo a mercoledì 21 ottobre, decido con mia moglie che è meglio andare oltre e fare al volo un tampone. Già, un tampone,
detto niente, un semplice esame da fare a casa, visto che la febbre ormai era salita ben oltre i 39 °C. Tento di richiamare il medico di base: nulla. Mandiamo una mail: nulla. Per la cronaca, va detto che, avendo (per fortuna mia) sempre goduto di buona salute, erano 16 anni che non chiamavo il medico di base, che peraltro mi era stato assegnato da poche settimane e dunque nemmeno conoscevo. Rimane in ogni caso un’impresa ardua, è più facile chiamare il papa. Purtroppo anche a Milano, nella famosa e blasonata regione Lombardia, la sanità ha fatto cilecca.
Trascorsi due giorni, riusciamo finalmente a trovare un infermiere mandato da una struttura privata di Monza. Il nuovo problema è che a Milano è impossibile avere i risultati prima di tre-quattro giorni, mentre se mandassimo il tampone in un laboratorio dell’Aquila (dove lavorano anche nei giorni festivi), mi garantiscono i risultati in unodue
giorni. Optiamo per Monza e L’Aquila (a pagamento). Siamo all’ottavo giorno di febbre, fissa, mai al di sotto dei 38,8 °C. Verso sera, finalmente, arrivano via mail dal laboratorio i risultati: positivo, sia io sia mia moglie. Per prima cosa faccio un giro di telefonate: avviso gli amici che erano con me a Castel San Pietro, quindi Enzo Rizzo, il mio vice, e Valentina Ceriani, il caporedattore, per chiudere la redazione, sottoporre tutti al tampone,
due volte in dieci giorni (a pagamento), ordinare una sanificazione (a pagamento), provvedere all’organizzazione delle chiusure, della stampa e distribuzione dei giornali, che di conseguenza saranno in edicola in ritardo e, purtroppo, come nel caso di Kairós, saltate. Piange il cuore… Come mi si spezza nel mandare fuori casa, dall’amica Laura, il mio amato Baloon, del resto la gestione del fedele amico a quattro zampe sarebbe stata impossibile
per noi. D’altra parte mi rendo conto che sto sempre peggio, la febbre continua a salire, la Tachipirina non basta più. Ma il peggio è che prendo coscienza che non posso fidarmi delle strutture della Regione, dello Stato. Ho perso solo del grande e prezioso tempo, chili e capelli, lasciando spazio al virus di dilagare. Chiamiamo due amici professionisti
della medicina meneghina, per chiedere cosa fare. Bruno Restelli del Cdi, che mi manda a casa al volo un infermiere per un prelievo (a pagamento), e Alberto Testori dell’Humanitas, che ci dà alcune precise indicazioni.



