
C’ero anch’io lassù con Neil e «Buzz» quella notte di luglio di 50 anni fa mentre trasmettevo in diretta radiofonica da Houston il primo passo dell’uomo sulla Luna. Non fisicamente, s’intende. Ma virtualmente, con il cuore e con una speciale emozione condivisa, a 400mila chilometri di distanza, con i due protagonisti di quella storica impresa che schiudeva una nuova era per l’umanità. E con lo scriba, lassù quella notte, c’erano anche tanti colleghi che, come me, per settimane, per mesi, avevano vissuto e raccontato la lunga preparazione di quegli uomini destinati a entrare nella storia. Cerco di spiegarmi. Il mondo intero viveva con passione, ma direi «dall’esterno» quell’attimo epocale dello sbarco sulla «Blue Moon». Io, invece, assieme ai miei amici inviati della Rai e della carta stampata, (Piero Angela, Jas Gawronski, Gianpaolo Ormezzano…) più altri che non sono più tra noi (Ruggero Orlando, Oriana Fallaci, Enrico Ameri, Francesco Mattioli, Danilo Colombo…), vivevo e soffrivo dentro nell’anima quella mirabile conquista dell’uomo. Avevo condiviso a Cape Kennedy e a Houston, per molti mesi e nei lunghi giorni della vigilia, alcuni simpatici momenti con i futuri eroi lunari. Pause di relax, al «coffee shop» per una bibita o allo «snack bar» per una «chicken soup» (che piaceva molto a Neil Armstrong). Sono tra i pochi privilegiati ad aver ricevuto dalla Nasa il simpatico premio riservato a quei reporter internazionali che hanno seguito e raccontato al mondo tutte le imprese partite da Cape Kennedy negli anni 60: un attestato di proprietà di 50 metri quadrati di terreno lunare sui quali, volendo, poter costruire un minuscolo cottage (ma, a questo punto, data l’età, ho qualche dubbio di realizzare in futuro il mio sogno spaziale!). E non solo: ho provato il brivido della centrifuga, nella quale gli astronauti si allenano a folle e vorticosa velocità, resistendo per tre interminabili minuti senza vomitare (soltanto perché ero a digiuno); sono entrato anche nel tunnel dove si impara a librarsi nell’aria in assenza di gravità e nella scomoda capsula spaziale Gemini; ho indossato la tuta e il casco originali dell’abbigliamento tradizionale di tutti i cosmonauti. Adesso forse capirete perché quella notte mi sentivo parte del team dei «lunauti». E poi, le frequenti e affollatissime «press conference» durante le quali gli scienziati e i tecnici responsabili dell’imminente volo di Apollo 11 ci aggiornavano con dovizia di particolari su questo oppure su quel problema da affrontare e risolvere prima e durante il volo.

Pochi, forse, lo sanno: al di là dell’impegno e degli sforzi della Nasa per poter onorare la sfida lanciata da Kennedy ai sovietici per la conquista americana della Luna entro gli anni 60, c’erano molte preoccupazioni tra gli addetti ai lavori. Prima fra tutte quella che i tre protagonisti, Armstrong, Aldrin e Collins, non fossero ancora pronti al cento per cento, fisicamente e psicologicamente, ad affrontare quello storico viaggio verso l’ignoto. C’erano molti dubbi e ansie sui momenti più delicati della missione provati e riprovati con rigore mille volte a terra (non sempre con esito positivo). Per mesi e mesi, Armstrong e Aldrin si erano sottoposti a estenuanti sedute di allenamento: ore e ore a saltellare sulla distesa selenica, ricostruita in ogni particolare su una vasta area coperta di Cape Kennedy, in condizioni di gravità ridotta rispetto alla Terra, la stessa che avrebbero poi incontrato sulla Luna; assieme a Collins, i due futuri lunauti avevano ripetuto centinaia di volte nei vari simulatori tutte le principali e più delicate fasi del volo: dal distacco del Lem dalla navicella-madre alla discesa verso la Luna, dalla ripartenza di Eagle all’operazione, la più rischiosa, del ricongiungimento in orbita con il Columbia. E poi, c’era il problema dei difficili rapporti personali tra i due candidati alla passeggiata lunare. «Buzz» Aldrin ci teneva a essere il primo uomo a metter piede sul nostro satellite naturale. A nulla valse la raccomandazione del padre, alto funzionario del Pentagono, presso i vertici della Nasa. La scelta cadde, come è noto, su Armstrong, l’astronauta dai «nervi d’acciaio», degno della massima fiducia e pronto a qualsiasi eventuale emergenza.



