Non è un manuale del bon ton, non è un manuale del galateo. Né tantomeno una lezione su «come vestirti se vuoi essere elegante». Piuttosto è «un ragionamento-percorso», per arrivare a raggiungere lo stile del gentleman, «cioè il modo di essere e presentarsi di chi governa con naturalezza, grazia e padronanza qualsivoglia situazione in cui si trovi». Sì, perché con la parola stile Antonino Ubaldo Caltagirone non intende solo il modo di vestire, ma l’insieme di quei valori etici ed estetici, dove quest’ultimi appaiono nulli in mancanza dei primi, che indossa colui che ha raggiunto il successo.

Ed è così che l’abito maschile per eccellenza è un abito morale, fatto di principi, regole, che passano attraverso l’attitudine al bello e al piacere di nutrirsi di bellezza, alla cultura e alla conoscenza. Strumenti necessari per migliorarsi, per affermare la propria personalità; un salto di qualità interiore, mentale, che faccia emergere una persona rinnovata. Quel gentiluomo che non può non sapere che l’occasione fa l’uomo e che oltre all’abbigliamento consono alla situazione sono richiesti comportamento e seduzione. Antonino Ubaldo Caltagirone lo sa bene e lo ha imparato fin da piccolo, quando, dopo essersi trovato a una festa in cui lui era completamente a disagio sia per i vestiti che indossava sia per gli argomenti di conversazione degli altri invitati, come per esempio il golf «inteso come gioco, quando per me la parola si riferiva al maglione che indossavo, sferruzzato in casa da mia madre», ha capito che il sentirsi un pesce fuor d’acqua gli faceva provare solo il desiderio di imparare in che modo non essere da meno. E ci è riuscito, complice l’incontro con la «guida di cui avevo estremo bisogno: Monsù Giovanni Borella. L’uomo che mi ha cambiato la vita (come ora sarei disponibile a cambiare la vostra)».