
Esperienze internazionali, visione globale, settori diversi, decenni di mestiere alle spalle, un pensiero di lungo periodo, la consapevolezza del bisogno di una ridefinizione degli obiettivi di fronte a una contaminazione di una comunicazione omologata che provoca effetti distorsivi, favorisce la standardizzazione nel nome della tecnologia e allontana dalla identificazione individuale. Sono alcune delle tematiche che hanno dato vita a un confronto sano e aperto sul tema dell’automobile, senza chiamare in causa talk-show e videoconferenze, piuttosto una tavola imbandita stile Gianni Brera e le serate a cena, ogni settimana, con gli amici del Club del giovedì. Ecco dunque la convivialità e la riservatezza di un ristorante pluristellato come Da Vittorio a Brusaporto (Bergamo), dove il desinare di qualità ha accompagnato i pensieri, le riflessioni e le considerazioni di quattro personaggi, moderati da chi scrive: Fabrizio Longo, direttore Audi Italia; Domenico Aiello, avvocato penalista del Foro di Milano; Claudio Marenzi, presidente di Herno; Giulio Malegori, ceo di Dentsu Aegis Network Emea. Tutti conoscitori e appassionati del prodotto auto che vedono, analizzano, esaminano e scompongono dal prisma delle loro esperienze umane e professionali non sempre legate all’automotive. Identità diverse per comprendere come l’automobile possa arrivare a essere unica. Questo incontro l’ho chiamato «A.i.», Arbiter identità, anche declinabile in Artificial intelligence, volutamente interpretabile come Audi identity. Sì, Audi, marchio che da un decennio si conferma leader tra le Case premium.
Acquisto Audi dal 1992 ma sono sempre stato «germanocentrico» nella scelta dei modelli, non dimenticando gli altri blasonati marchi tedeschi. Guidando una «quattro anelli», però, ho sempre provato sensazioni diverse rispetto alle altre auto, un’affinità più consona al mio modo di essere. A distanza di anni capisco come questa unicità è la cifra stilistica di Audi, la sua identità. Già, l’identità: «Oggi l’elemento distintivo passa attraverso l’interpretazione individuale che ognuno dà all’auto», esordisce Fabrizio Longo.

«È in atto una profonda mutazione nel mondo della mobilità dove, tra l’altro, il nostro marchio sta facendo investimenti importanti proiettati nella direzione dell’auto di domani. Mi chiedevo se, tra appassionati di auto, la questione con tutte le sue declinazioni la stiamo affrontando nel modo giusto o ci stiamo autolimitando. La domanda è: “Riusciamo a trovare in questo scenario un punto d’incontro tra l’identità del marchio e l’esigenza individuale del cliente?”. Personalmente vivo il rapporto con l’auto alla stregua del mio rifugio. Un luogo dove posso essere me stesso e isolarmi dal resto. Una sorta di bivacco dove se voglio stacco tutto, cosa impossibile da fare nel mondo reale. Diventa metaforicamente il mio luogo del silenzio. Se prima era oggetto di stress perché associata a disagi come il traffico oggi invece l’auto, se gestita in modo opportuno, vive il suo momento di rivincita e diventa il mondo che sogno a occhi chiusi». Ascoltando Fabrizio capisco che è quello che accade anche a me: spesso, per viaggi lunghi, scelgo consapevolmente l’auto proprio perché diventa il mio rifugio nell’arco di tempo che serve per raggiungere la destinazione. Stacco tutto (i sistemi di assistenza) e ti permette di staccare con tutto. Mi fa sentire vivo. Ho un piacere fisico alla guida. «Il tuo è un approccio estremo», ribatte Longo. «A me piace invece pensare di avere un angelo custode e un autista se decido di averli. L’autista è riferito a tutti quei sistemi di guida assistita che semplificano e agevolano la gestione dell’auto. L’angelo custode interviene se dovessi distrarmi. Come il sistema anticollisione o la funzione che ti avverte se stai uscendo dalla linea di carreggiata».

«Ne capisci l’importanza quando meno te lo aspetti», rilancia Claudio Marenzi, «Per esempio, una volta mi è capitato di distrarmi al volante per ammirare un tramonto sul Monte Rosa la cui vetta aveva assunto una tonalità di arancione mai vista. Procedevo lentamente, peccato però che non mi sono accorto dell’auto davanti. Non ci sono state conseguenze ma in quell’occasione ho avvertito l’importanza di avere un sistema che ti avvisasse per tempo di un pericolo imminente».



