
Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato. Questa frase finale dell’opera di Francis Scott Fitzgerald non tocca solo il protagonista del romanzo Il grande Gatsby, ma come ogni pagina dei grandi libri, tocca e riguarda più o meno tutti. La considero la colonna miliare di partenza, il richiamo al dovere, alle responsabilità, all’atteggiamento che ho sempre avuto nel confronto con la vita. L’incontro con il romanzo fu già una pagina della mia storia. Frequentavo la prima media ospite della Casa Natale Pio XI a Desio, era il ’65. I 35 compagni di classe, dai 10 ai 18 anni, frequentavano le tre medie, il liceo scientifico o l’istituto tecnico, 35 baldi giovani, tutti appassionatamente aggregati dal destino. Il vivere e condividere 16 ore al giorno, per tre anni, gli spazi, il tempo, compagni e amici di diversa età, provenienza e cultura, accelerano, nel bene e nel male, il processo di maturità, perché tutto viene portato al limite, all’esasperazione, esaltando la sensibilità, la responsabilità e la qualità, sia positive sia negative dei soggetti, plasmandoli e preparandoli all’inserimento in società. Mille giorni trascorsi insieme, sempre, gomito a gomito, in classe o in cortile, a scuola come in refettorio. Allineati e coperti in studio così come in camerata. Un concentrato esplosivo, adolescenti e giovanotti provenienti da situazioni di vita difficili o quantomeno complicate, messi quotidianamente sotto torchio e alla prova della vita. Una convivenza per alcuni versi esaltante, per altri difficile, destreggiandosi ogni giorno tra bullismo e prepotenza, diplomazia e compromessi, stupidità e malignità, minacce e insulti, omertà e rispetto. Assistenti come tenaci domatori, che a suon di frustate verbali, con affetto e qualche ceffone, cercavano con aspra censura di domarci, insegnandoci cos’è l’educazione, cosa vuol dire urbanità, cos’è la cultura e cosa vuole dire studiare, inculcandoci in testa il senso del dovere, la differenza tra il bene e il male. La lettura, in tutto questo, era un grande medicamento, o leggevi un libro o te lo facevano leggere. A cena, si mangiava in religioso silenzio, si sentiva solo il rumore delle posate e dei risucchi, mentre a turno uno della nostra classe leggeva ad alta voce un libro. Dopo cena, i maleducati, anziché fare la ricreazione, andavano diretti in studio per fare il riassunto delle pagine lette a cena, prima di andare a letto possibilmente! Un compagno di classe, penso facesse la IV liceo, con entusiasmo mi caldeggiò e mi spinse alla lettura di quel libro.
Per lui Il grande Gatsby era un grande romanzo, scritto da un americano geniale, nemmeno laureato, ma geniale, che parlava di un mondo fantastico, il massimo, dava un’idea di cosa volesse dire vivere nella lussuria, tra cose belle e belle donne, l’eleganza, gli abiti, le auto, le cene, la bella vita insomma. Sottobanco me lo passò. Alla sera, in religioso silenzio, dopo che il Rettore, «Lucignolo», passeggiando avanti e indietro nella camerata aveva letto il breviario, spegneva la luce, accendeva quella notturna, blu, chiudeva la porta e se ne andava. Quello era il momento di libertà. Mi rintanavo sotto le coperte, accendevo la pila da campo e mi leggevo Il grande Gatsby. Quando sentivo dei rumori, emergevo per vedere chi fosse e se non ci fossero incursioni di prepotenza da parte degli anziani o, peggio ancora, degli assistenti. Guai se ti sorprendevano a «leggere», soprattutto Abc, Le Ore, Playboy… Il romanzo, settimana dopo settimana, mi prese, mi affascinò, presi talmente confidenza con il libro accuratamente occultato che una mattina, facendo il letto, sbadatamente lo dimenticai sul comodino. Apriti cielo. Fui praticamente, sempre verbalmente, appeso per i pollici e frustato dall’assistente di studio, un certo Pippo, ex seminarista, all’epoca universitario laureando, che i più grandi e smaliziati della classe quando passava, coprendosi la bocca con la mano per non farsi sentire, lo soprannominavano «ricchione». Praticamente mi scorticò: «La lussuria è uno dei sette vizi capitali, lo dicono le Sacre scritture. Tu non rispetti i 10 Comandamenti: cosa dicono il sesto e il nono? Il peccato entra in noi nel momento in cui viviamo in modo disordinato, in cui diamo sfogo all’estrema libertà, facendolo diventare uno stile di vita. Se uno crede in Dio e lo ama in modo ordinato, non spinge il prossimo al peccato!». Concluse dicendomi: «Male Botré, male. Questa non la passi liscia, lo dirò al Rettore, voglio vedere quando andrai a confessarti, questa settimana aspettati un 8 in condotta e un 8 in urbanità!». Otto era il peggior voto che si potesse prendere. Con tre 8 il sabato non andavi a casa, saltavi l’appuntamento al cinema interno del film che proiettavano la domenica, così come il dolce. I giudizi che davano gli assistenti erano tre, uno basato sul rapporto e l’impegno con lo studio, uno sulla condotta e uno sull’urbanità. Che vuol dire rispetto per tutti, tutto e per te stesso. Non potevi bluffare, ti erano addosso, minuto dopo minuto vedevano i tuoi comportamenti e, di conseguenza, agivano e giudicavano. Va da sé che poi, come tutti, c’erano i voti scolastici dati nelle varie materie dai professori esterni.
Il giorno dopo mi chiamò in direzione il Rettore, «Lucignolo», don Antonio Caneva. Una gran bella persona, colta, sensibile, dalla mano lesta ma giusta. Entrai nella stanza che fu di Pio XI, intensa, con mobili fine ’800 enfatizzati dalla luce e dalla penombra. L’entrare in quella stanza era già un’esperienza magica, emozionale, tra i profumi dei legni, dell’incenso, dei tappeti. Aveva sulla scrivania, davanti a sé, il libro incriminato, aperto. Mi fece accomodare e poi, fissandomi, iniziò con un sorriso, dicendomi: «Frans, perché ti piace leggere questo romanzo?». Gli spiegai che c’era tutto quello che mi sarebbe piaciuto provare. Un’esperienza lontana anni luce dal mio modo di vivere, che non vivrò mai, ma che mi sarebbe piaciuta. Almeno sognarla. Lucignolo chiuse il libro, si alzò dalla poltrona e mi raggiunse al di là della scrivania. Dentro di me ero già pronto al peggio, invece si sedette sulla sedia di fianco, accavallò le gambe, appoggiò il libro sul ginocchio, lo riaprì e cominciò a leggere facendo l’analisi logica della vita di alcuni passaggi del libro. Per due ore, recitando e fantasticando mi raccontò le bellezze, i contrasti, lo sfarzo, le donne, gli uomini, le navi e le case degli anni 20. Era divertito nel recitare alcuni brani del romanzo, intervallandole con citazioni sul tema, scritte da San Tommaso e San Gregorio. Capii che oltre a sapere bene il Vecchio e il Nuovo Testamento, conosceva molto bene anche la cultura e la società di quegli anni. Alla fine mi disse: «Anni unici Frans, irripetibili, lo sapeva bene l’uomo che ha vissuto in questa stanza, Sua Eccellenza Achille Ratti, Papa Pio XI. Leggilo con calma, ma solo quando sei a casa. Se avrai fortuna, pensa sempre a chi sta peggio di te, a chi ha bisogno. Fare gli schei non è mica peccato. Ma è importante come li fai gli schei, come li distribuisci, come li spendi! Per farli, caro Frans, ricordati che dovrai remare, remare senza mai perdere entusiasmo, remare con passione, anche contro corrente, remare per tutta la vita. Ricordando che sei un figlio di Dio e che hai tanti fratelli!». Sapevo perfettamente cosa intendeva. Lucignolo tutti i venerdì alle 06:00 andava all’Ortomercato di Milano per chiedere la carità per tutti noi. Prendeva tutto ciò che gli offrivano, cassette di frutta, di verdura, i salumi, la pasta, il riso, i dolci. A turno ognuno della classe lo accompagnava e, sino a quando il vecchio pulmino Fiat 850 non aveva «la pancia» a terra e le ruote divergenti, non si tornava a casa.



