
Mentre leggete, vi immagino già in vacanza, chi con le pinne o le pedule ai piedi, chi con la maschera da sub o gli occhiali per proteggersi dall’acqua e dai raggi del sole. Accessori importanti, preziosi per la nostra salute, oggetti che cambiano la vita, nel bene e nel male, dipende. Sedici anni fa ero ospite per un fine settimana all’Old Cataract in Egitto. Un viaggio esperien-za, invitato dal geniale Jean-Louis Dumas, l’allora presidente di Hermès. Eravamo in navigazione lungo le sponde del fiume più lungo al mondo, il Nilo, a bordo di una delle cinque feluche opzionate dalla Maison. Il vento comincia a battere la vela, ma alza anche la sabbia, che si disperde nell’aria, mentre il sole comincia a mordere. Il presidente indossa un leggero Panama e al collo lo scarabeo che identifica il gruppo della barca, vedo che socchiude gli occhi per evitare l’aria, mi viene spontanea la domanda: «Monsieur Dumas, ma perché Hermès non vende occhiali da sole?». Lapidaria la sua risposta: «Caro Botré, perché fare occhiali non è di nostra competenza, lo chiami pure come preferisce, savoir-faire o know-how, in questo caso non abbiamo e non deleghiamo certo a terzi accessori così importanti. Noi facciamo solo ciò che ci appartiene, soprattutto se c’è in gioco la salute del cliente». Al momento non capii bene la risposta, ne presi atto. Sono passati altri 16 anni, Hermès continua ancora a non produrre occhiali. Mentre tutti lo fanno, loro non lo fanno. La trovo una grande lezione d’intellettualità e coerenza. Questo è il vero lusso. Sapere e potere anche rinunciare. Attorno a quella domanda, legata semplicemente al sole, all’aria, all’acqua e al fiume c’è tutta Hermès, una risposta semplice, importante, su un tema che va oltre, non solo creativa ma anche manageriale, imprenditoriale, concreta e motivata. Del resto l’emozione, la qualità, la bellezza e i particolari dei prodotti della Maison parlano da sé.
La bellezza salverà il mondo». Così scrisse Fëdor Dostoevskij nel 1869 nel suo romanzo L’Idiota. Bellezza intesa come il bello del bene? O come consapevolezza e coscienza del sapere? Dopo più di 150 anni, quella affermazione continua a essere scritta e detta troppe volte, per troppe situazioni. La frase è ormai vissuta più come speranza o augurio che come monito. La verità è che solo attraverso l’educazione e la cultura al bello potremo migliorare la nostra vita ed esistenza. Perché il Pianeta, così come gli oceani, si salveranno da soli! Non sono elementi statici, sono perennemente in movimento e in evoluzione. Magari ci metteranno cen-tinaia di milioni di anni, ma loro si salveranno. Saremo noi che dovremo adattarci per non sopperire alla nostra negligenza, alla nostra ignoranza e ottusità. Basti pensare a 720 milioni di anni fa, nel periodo Cryogeniano, quando la Terra fu sopraffatta dalla più importante glaciazione di tutti i tempi, o a 251 milioni di anni fa, nel Permiano Triassico, quando avvenne il più grande evento di estinzione di massa mai verificatosi, con la scomparsa dell’81% delle specie marine e del 70% di quelle dei vertebrati terrestri… Il Pianeta non si fermò mai, nell’arco di 10 milioni di anni si riprese, tornò a vivere in purezza e bellezza. Pensate alle Dolomiti, 270 milioni di anni fa erano splendidi fondali oceanici, dove squali e molluschi vivevano in libertà. Non è un caso che ogni volta che passo dal Giau, dal Sella, dal Pordoi o dal Fàlza Régo (il Falso Re, del Regno dei Fanes) come lo chiama giustamente in ladino Michil, il Costa, mi sento un pesce fuori dall’acqua. Una sensazione che vivo ogni qual volta prendo una cabinovia, una funivia (bellissima la nuova Freccia nel Cielo che a Cortina por-ta in Tofana) o la telecabina del Piz Boè. Pochi minuti prima di arrivare a destinazione, oltre i 2mila, ogni volta osservo affascinato dall’alto in basso il profondo vuoto sotto di me. Osservo le rocce, la loro conformazione, le forme, i colori, i riflessi, la flora sparsa qua e là, che dal nulla spunta da formazioni stratificate, i caprioli che fuggono su scoscesi sentieri e le marmotte da aquile in picchiata, sembra di vivere sui resti di antichi e immensi atolli corallini. La stessa sensazione che provo al mare ogni qual volta in immersione, a -40 metri, alzo lo sguardo verso la superficie, dal basso verso l’alto, osservando attentamente la parete della secca, le rocce, la con-formazione, i colori, le gorgonie, gli alcionari, i coralli, i fantastici polpi e qualche squalo che viene a vedere, a curiosare: provo gli stessi brividi, rico-nosco le stesse bellezze e rivivo le stesse emozioni. Mi sento a mio agio, sono un uomo libero in acqua. Amo profondamente il mondo degli oceani.



