
Entrando in una delle stanze più amate del mio ego, il box, oltre alla Audi 4 Avant, verso il fondo, nella penombra, si possono intuire due parallelepipedi orizzontali, posti uno di fronte all’altro. Sono i due armadi che contengono gli oggetti, le reliquie e gli indumenti delle mie passioni, della mia storia. In quello di sinistra, tutto ciò che riguarda il driving, le corse. Guanti ignifughi, sottocaschi, caschi (negli anni, sempre con le stesse livree, vale dire repliche di quella di François Cévert), scarpe da guida, tute di varie cromie, il tutto omologato per le competizioni in kart e in automobile. In quello di destra, tutto ciò che riguarda il diving. Aprendolo, è come entrare in un museo. Si può osservare, toccare e percepire dal vivo l’evoluzione della tecnologia subacquea degli ultimi 45 anni. Scorrendo ometto dopo ometto puoi toccare con mano le mute: dalla gloriosa Pirelli (chissà perché non tornano a produrle oggi, in vari colori sgargianti) alla Cressi 3 millimetri, alla fantastica Technisub del 1978, salopette e corpetto in gomma martellata, foderata in neoprene, 7 millimetri di spessore (1,4 centimetri al torace), ottima per le immersioni in profondità, in acque invernali, nei laghi. Una muta che usavo 20 chili fa, e che oggi usa ancora mio figlio per le immersioni primaverili. Pensate alla qualità che manifesta questo prodotto dopo 40 anni! Immancabili, ormai da trent’anni, le collaudatissime Scubapro da 1 millimetro o da 3, corte o intere. Ci sono mute che oggi quando le indossi dopo due, tre anni di immersioni si disintegrano, ti rimangono tra le mani pezzi interi di manica, di pantalone, come se fossero fatte di carta straccia. Scorrendo, nell’armadio puoi trovare un vecchio Aro (autorespiratore a ossigeno) dei Comsubin che usavo nel 1975, o il Sanosub C96 di mio figlio Alessandro, una «ciambella» Fenzy con il relativo bombolino, un Gav fine anni 70 con la frusta collegata alla bombola o uno dei primissimi octopus montato sul primo stadio della bombola. Se guardi in basso verso destra, in mezzo a 15 chili di piombi e cinture, puoi scorgere il vecchio e caro schienalino vulgaris, portabombola. A fianco, ben piegati, i miei erogatori, dal Mistral monostadio del ’73 al primo Scuba Mark III del ’78, all’M5 dell’82 e via via con gli altri, tutti e sempre Scuba. Oltre alle gloriose pinne, Jetfin, Rondine e Mares. E poi le grandi, ingombranti ma leggere bombole, due mono da 15/18 litri. Nel 1973, quando cominciai a immergermi (autodidatta), i gav non li avevano ancora inventati: per variare l’assetto dovevi usare i tuoi polmoni. Tanto meno esistevano i computer; si usavano (esattamente come faccio oggi) l’orologio, la tabella della Us Navy e il cervello. La programmazione dell’immersione la calcolavi a mente, nella tua zucca: tempo totale di immersione, parziale di discesa, di permanenza alla quota stabilita, tempo previsto per la risalita. Calcolando sempre una percentuale di margine per l’imprevisto: la temperatura dell’acqua, le correnti, la visibilità, l’emotività, la stanchezza mentale o fisica, le difficoltà di un compagno. Il primo corso per il brevetto, nel 1978 (Fias), richiedeva serietà, credo, studio e disciplina. Nove mesi di assidua presenza, tre sere per ogni settimana, due di pratica in piscina, una (obbligatoria) sulla medicina iperbarica, che a Milano si svolgeva tutti i lunedì in via Metastasio. Le lezioni in piscina erano martellanti, severe, sei mesi in cui delle bombole non vedevi nemmeno l’ombra, 24 serate passate in ammollo ad acquisire la massima acquaticità, la massima tecnica dell’apnea, l’uso perfetto della respirazione e del diaframma, alla ricerca della capovolta perfetta, dello svuotamento della maschera con relativa vestizione in ginocchio a contatto con il fondo, a -5 metri, sempre in apnea, sempre in assetto costante. Dopo sei mesi di cultura iperbarica e di brevetto di apnea, passavi d’ufficio al brevetto Ara (autorespiratore ad aria). Tre mesi in cui gli erogatori e le bombole te li portavi anche al cinema e a letto. Passati gli esami in piscina, verso marzo accedevi a quelli in mare. Niente di che, rispetto alla piscina, cambiavano le profondità e il bruciore, dal cloro al sale dell’acqua di mare, tranne l’ultimo esercizio, la risalita di emergenza dai -20 metri. Più impegnativa a dirla che a farla. Esercizio semplice semplice, che ho imparato e che spesso dopo 2mila immersioni riprovo dinnanzi a istruttori da villaggio, sconcertati, adirati, increduli. Istruttori che appartengono alla nuova mentalità, quella americana e internazionale che detiene il business del diving. Brevetti che si concedono in 6 giorni, in 15 giorni di vacanza puoi prenderne quattro, cinque e più. Uomini e donne che vanno sott’acqua addobbati come alberi di natale, con mute, maschere e pinne dai colori improbabili, con al polso computer da Guerre Stellari, che sui fondali si muovono come elefanti e dopo 40 minuti a -30 metri hanno la bombola che sembra un’arancia spremuta. Contenti loro…
Ma il bello è estrarre la vecchia borsa, blu maculata per le chiazze del sale: è la borsa dei ricordi, tra sagole annodate, fiocine, coltelli, palloncini di segnalazione e le maschere, tutte, tante, dalla vecchia Pinocchio alle ultime Mares. Quando le indossi senti il profumo del mare che ti entra nelle narici, sale su, fino al cervello, per poi passare dagli alveoli ai polmoni, al sangue, sino al cuore. Quando lo sento mi perdo nel tempo. Come dimenticare le prime immersioni agli spiaggioni, sotto Montemarcello, alla Palmaria, a Bergeggi, alla Gallinara, a Capo Mele. O la prima volta che scesi sotto i 52 metri, con una decompressione di 24 minuti (1’ a -9 metri, 5’ a -6, e 17’ a -3); il primo viaggio a Sharm nel ’77; la prima volta alle Maldive nel ’78; agli amici con cui ho condiviso il tempo sott’acqua, in barca, a tavola… Come dimenticare le immersioni alle Maldive con quel pazzo, adorabile mostro marino di Scipio, o l’abilità da pipistrello di Marco Brusdraghi tra i bui cunicoli e grotte di Capo Caccia. Delle bellissime immersioni fatte alla secca di Levante, al centro del Mare Nostrum, nell’amata Lampedusa, così come quelle fatte di notte per vedere il passaggio delle ricciole e dei calamari, sempre accompagnato dal colto e vulcanico sabaudo Roberto Merlo.
Alle immersioni fatte con Pierfranco Dilenge, da Cuba a Ustica, isola a me molto cara perché nel 1982 Gente Viaggi, nella persona del suo direttore Alberto Orefice, il ministro della Marina mercantile Calogero Mannino, Fulco Pratesi presidente del Wwf e il professor Fausto Giaccone dell’Università di biologia di Palermo furono i promotori del Parco subacqueo. Visto il mio interesse e amore per il mare, fui scelto dal direttore per seguire l’evoluzione del progetto Parco dal 1981 al 1984. Fu un’esperienza indimenticabile. Per festeggiare l’inaugurazione del Parco marino mi inventai un libretto (costumabile!) di 12×8 cm stampato in serigrafia, con 24 tavole raffiguranti pesci, molluschi, cefalopodi, actinarie, ciascuna con la relativa descrizione scientifica, disegnate da Fulco Pratesi. Una guida da portare con sé con maschera e boccaglio per conoscere, identificare e capire. Fu allegato e distribuito con Gente Viaggi nel 1982. Quegli anni frequentai molti biologi e ricercatori marini, oltre che grandi subacquei, da Mayol a Maiorca, da Pipin Ferreras a Paolo Curto. In quegli anni si rafforzò in me l’amore per il mondo marino: smisi di cacciare e cominciai a fotografare, leggere, studiare, approfondire la mia cultura sulla flora e la fauna degli oceani. Dilenge, che nel frattempo vinse il campionato mondiale di fotosub, conosciuta la mia professione di art director e visto il mio amore per il mare, mi inserì nelle giurie di molti concorsi di fotografia subacquea, da Alghero Mare al trofeo Isotta di Lazise, dal concorso internazionale fotosub di Lugano a quello di Trinidad.



