Maleducazione. Sì, avete intuito, intravisto e letto bene. Sì, perché della maleducazione non se ne può più! Perché non è soltanto mancanza di buone maniere, ma è un vero segnale e constatazione dei tempi: ormai, gradino dopo gra- dino, stiamo scendendo l’intera scala della cattiva educazione. La scortesia, che è un semplice difetto di gentilezza. La volgarità, che deprezza le cose belle dell’esistenza. La cafoneria, che rende tutti più cattivi.
La mancanza di senso civico, che sfregia la democrazia. E l’inciviltà, che può sfociare nella violenza. Ormai si accetta e si giustifica tutto, come se la maleducazione non fosse una colpa ma una virtù.
Qualcuno scrisse che: «La maleducazione è un’imitazione di forza dell’uomo debole». Verissimo, aggiungo anche impreparato e non all’altezza. Manager prevaricatori, professori sgrammaticati, siamo tutti laureati in scienze della maleducazione. Maleducati a casa, a scuola, sul lavoro, in strada. Così come verso il prossimo, verso l’ambiente, verso i beni comuni. Anche verso noi stessi, se pensiamo a come ci vestiamo, parliamo o stiamo a tavola! Maleducazione nel vero senso della parola, cioè persone non educate, non cresciute con strumenti interiori, immedesimazione, rispetto, senso critico. Non è solo questione di comportamenti sgarbati, è più profondo.

È una lacuna educativa valoriale, culturale. Molti maleducati, giovani e meno giovani, uomini e ora anche tante donne. Spesso, nel e con il loro comportamento/portamento stanno esprimendo una disillusione, una profonda sfiducia verso il mondo che li ha cresciuti: mezze verità, ipocrisie, promesse mancate, bugie, plasmano con il passar del tempo nella società modelli tossici di vita.
Alcuni reagiscono con rabbia, altri con accidia e passività, altri ancora con cinismo. Reazioni che personalmente non condivido né accetto e faccio fatica a capire, comunque: se ti accorgi che il gioco della vita è «truccato», che il merito vale poco, che uno vale uno, che chi dovrebbe dare l’esempio è il primo a fregarsene, come fai a crederci? Qui entra in gioco la forza dell’educatore e dell’educazione: ci devi credere. Punto! Anche perché in caso contrario c’è un rischio: trasformare la rabbia e l’apatia in rassegnazione o, peggio, nella distruzione cieca di sé stessi. Perché si autoalimenta, perché chi ne è vittima diventa anche parte e complice del problema, fino a diventare una maledizione.

Sino a 50 anni fa, l’educazione era un percorso diffuso e coerente: la famiglia dava le basi, la scuola le consolidava, l’università le affinava e in molti casi anche il servizio militare, che con orgoglio ho scelto e voluto fare, senza contro e però, contribuiva a insegnare disciplina, responsabilità e senso del dovere.
Oggi, quei pilastri si sono sgretolati e si sono svuotati. La famiglia ha rinunciato al suo ruolo educativo. Molti genitori sono più «amici» dei figli che figure di riferimento, tant’è che si vestono come loro. Altri sono assenti, distratti, oppure totalmente esasperati dal contesto economico e sociale che non riescono più a essere solidi, compatti, stabili e autorevoli. In tanti casi, i valori vengono delegati agli schemi: YouTube, Tik Tok, videogiochi, influencer, ed è lì, in quel tempo, che molti ragazzi cadono e sprofondano nella palude del nulla.

È diventato un «campo associato» tra burocrazia, genitori iperprotettivi, programmi svuotati, dirigenti impauriti dal sistema «mafioso» della famiglia, gli insegnanti sono spesso lasciati soli, senza autorevolezza né supporto, e non possono, o non vogliono, toccare i temi «fondamentali»: rispetto, comportamento, senso civico, maturità.
E urbanità, sostantivo femminile dileguatosi con il passar degli anni dal vocabolario scolastico, che racchiude in sé i modi di vivere la città, di comportarsi in modo civile e cortese nei rapporti con le altre persone, con il prossimo, da come rispondere a come trattare sino ai costumi: come vestirsi nel rispetto delle situazioni. Parola che ho appreso e conservo nel cuore da oltre 70 anni.
Me la insegnò mia madre, me la fece capire e osservare Don Antonio Caneva, rettore della Casa Natale Pio XI nei cinque anni trascorsi a Desio, così come potei insegnarla e farla osservare anni dopo ai soldati e caporali nei (fantastici) diciotto mesi trascorsi in divisa. Così come feci anni dopo con Cecilia e Alessandro, i miei figli. Ma la maleducazione ha ormai contaminato tutta la nostra vita, basta osservare quando guidi l’auto in città, in autostrada, attorno c’è un mondo aggressivo, egoista, arrogante, distratto, prepotente. Così come fuori dalLe scuole, ragazzini che urlano, bestemmiano, bevono a canna, gettano tutto a terra, consci sfidano chiunque con lo sguardo. Spesso, nessuno dice nulla appunto per paura, per stanchezza, per rassegnazione. Non è certo il mio caso né quello degli Uomini e Donne Arbiter. Ma non è tutto perduto, certo una missione difficile ma non impossibile.