Una sera di marzo a Desenzano: vento freddo, le barchette che sciaguattano nel porticciolo. Poche persone cucite nei dehors chiusi da intercapedini provvisorie, soluzioni temporanee a contrastare una stagione che non è mai in sintonia con questo luogo di delizie da millenni. Le stradette, rese pedonali da una arcigna emarginazione dal centro, in mancanza di pedoni risuonano solo del silenzio, o dei passi di pochi.
MoS guarda l’angolo interno degli edifici costruiti attorno al porto vecchio, disteso in lunghezza. Dentro, Stefano Zanini disegna i suoi acquerelli con grazia e forza, unendo nei piatti l’intero vocabolario a sua disposizione, includendo senza paure le sfumature d’acqua dolce. Tematica spesso – e malamente – sottovalutata, ma che qui tra le mani del giovine chef trova una realizzazione luminosa e non di rado memorabile. E già dagli snack l’antifona appare nella sua interezza.
In tavola si balza d’acchito da una elaborazione raffinata del cardoncello, cotto appeso come certo pollame, con risultati quasi formaggiosi: tutto da masticare, assieme alla salsa e al brodo “tutto funghi” in ottima sintonia. La lumaca di vigna, immaginata in una bella tempura, e resa con un efficace salmoriglio.
Ma attendi volentieri il tempo che occorre per godere quel riso alla gardesana esaltato dalla – purtroppo – dimenticata tinca, i limoni locali, il burro scelto con cura. L’amerai per il chicco sodo, per l’amalgama accurato, per l’esposizione folgorante dell’agro garantito dal limone salato. O lo zitone, servito in splendida solitudine – per rubare il lessico al ciclismo – in tensione mistica tra la dolcezza della zucca e il punto rovente della mostarda.







