Lo ammetto: avrei fatto a meno di associare esclusivamente al vino la forza del claim the oldest newest e non tanto perché il vino non c’entri, quanto perché, per una volta, il vino è qui semanticamente riduttivo. Giacché l’Armenia è davvero il più antico dei nuovi mondi possibili anche considerando che newest può essere inteso pure come “nuovo est”. Il più antico del più nuovo est.

Ma se questa interpretazione vi sembra forzata, voglio dirvi subito che in Armenia il contrasto è connaturato: non solo perché si trova esattamente sul confine tra Est e Ovest, ma anche per via delle smisurate escursioni termiche che la portano a condividere il clima dell’Italia, della Grecia e della Spagna, coi rigori delle regioni glaciali che le arrivano sferzanti dalla catena del Caucaso, a nord. Così, quando l’ho visitata grazie al Concours Mondial de Bruxelles che a Yerevan ha ambientato la trentaquattresima edizione del suo famigerato concorso, la natura, ancora quiescente, sembrava trovarsi proprio sul punto di non ritorno tra inverno ed estate, lasciando intravvedere quel paradiso biblico rigoglioso di fragole, albicocche e mandorli che di lì a poco sarebbe stata cantato, mi dicono, da gigantesche cicale e tinto del vermiglio della migliore cocciniglia e punteggiato della migliore noce di galla.







