La poesia del cemento ferroso

Manna non è alla disperata ricerca del consenso: è schietto, diretto, autentico. Non garba a tutti, con quella passione per i colori forti, le tinte acriliche, i chiaroscuri potenti. Come l’omone con la barba, lo chef, avvistato in sala a caracollare tra i tavoli, con lo sguardo ferose e la voce vellutata, il tono scorbutico e i contenuti carezzevoli.

Manna è unico. Fronduti è unico. Manna è l’abito talare di Fronduti, e lo indossa con indomita tracotanza giorno dopo giorno, producendo un’idea di accoglienza e ristorazione che non ha il paragone, né a Milano né altrove.

Divisivo, come s’ama dire in questi giorni così bui, e compiacuto di esserlo, alla ricerca dei “clienti di Manna”. Quelli che si siedono alle tavole di cemento armato felici di essere (bonariamente) maltrattati dallo chef. Che poi è diventato un gioco, quello di stuzzicare i suoi avambracci nerboruti, Odino non voglia di saggiarne la consistenza per davvero, aspettandosi la reazione corrucciata e pronta a sfociare in una omerica risata, all’indirizzo di tutto ciò che è cicisbeo, lubrificato, levigato, scorrevole.