La Via Emilia, strada matrice e unico caso nel nostro paese in cui una strada dà il nome all’intera regione, passa all’ombra delle sue antiche mura. Un massiccio parallelepipedo irregolare di pietra e sassi, con un travolgente glicine appeso alla parete e un’insegna piccola così, appesa lassù allo spigolo dell’edificio. Dice Osteria del Viandante, e conta parecchi lustri, ben al di là dell’ancora breve vita della gestione attuale affidata alle capaci mani di Jacopo Malpeli da Monchio delle Corti.
Ma daccapo: qui sulla Via Emilia il castello, o meglio il Forte, non ha una storia particolarmente luminosa. Anzi è oscurato dalla storia che ne ha fatto di tutto, da carcere a magazzeno, lasciandone la rinascita solo agli ultimi decenni. Di probabile origine quattrocentesca, ha il suo maggior merito di violare proprio il rettifilo, vera e propria ossessione dei Romani Antichi, che quando si trattava di tracciare una strada tiravano una riga e via. Qui il nostro Marco Emilio – oltre a pensare alla Via come il modo più rapido per spostare le sue legioni in queste plaghe allora abitate da Padàni litigiosi e indiscilinati – palesò anche qualche mania di grandezza, cedendo il suo nome alla strada. E alla città, Regium Lepidi poi divenuta Reggio Emilia.
In tutto questo nel Forte eretto dai Reggiani a guardia della Secchia e i Modenesi c’è un parmigiano: il Malpeli appunto,  che manda in onda una cucina versicolore, capace di librarsi in tutte le dimensioni. Quella carnivora, in omaggio alla genesi dell’Osteria che della carne fu riferimento non solo locale; quella vegetale, profondamente inscritta nella creatività dello chef; quella territoriale, che fa capolino con discrezione di tanto in tanto, spesso in forma di citazione o di gioco (o di scherzo, come la tazzina di cappelletti reggiani che poi ne vorresti altre 28). Non ha paura di riscrivere la storia dell’erbazzone, vero e proprio feticcio a Reggio, o di pescare nelle propaggini appenniniche per marinare la trota con il frutto della passione. O di folgorare in forno un asparago verde, per pochi istanti, giusto il tempo di ammorbidirlo al giusto punto, e lasciare il cuore croccante per accogliere la misteriosa maionese fatta di tuorli. Sodi, per essere precisi, e iconoclasti. Il mare torna con la mazzancolla “monolaterale”, cottura intrigante che si esalta con i piselli freschi.
Viene la pasta ripiena, che sia il lussureggiante raviolo ripieno di porcini – e una traccia di liquirizia – il bottone di ricotta. E viene la pasta secca, una primizia per lo chef di casa, con dei mezzi paccheri impreziositi da una salsa marinaresca, di ricci, vongole e bivalvi assortiti. C’è il cardoncello, una vera e propria cotoletta panata (bene) e fritta (bene), e c’è il piccione, riscritto a partire dalla materia fino alla cura estrema delle cotture, semplicemente perfette.