La chiusura del cerchio
Un cerchio esistenziale e professionale, quello di Luigi Moio, che dimostra come, per chiudersi, certe strade devono aprirsi, magari anche altrove. Ed è curioso che, nel suo caso, sia stata proprio la strada meno battuta da un punto di vista affettivo, ovvero quella scientifica e accademica, a riportarlo “a casa” in Irpinia da Digione, dove era arrivato anni addietro per studiare gli aromi e aver scoperto, tra le altre cose, che col suo modello mono-varietale e sostanzialmente uniforme nella vinificazione la Borgogna rappresentava il protocollo sperimentale perfetto: l’unico possibile per indagare quella che del vino dovrebbe essere l’unica variabile, il suolo.
Non ha dubbi su questo Luigi Moio che infatti vede, e lo capiamo anche se potrebbe sembrare contro-intuitivo, le differenze stilistiche che stanno tentando molti produttori e perfino in Borgogna (sic!), come un fattore uniformante e dunque fuorviante se l’obiettivo è appunto il vino e non l’uomo (ma questa è un’altra storia).
Tornando invece al nostro, di uomo, è uno che mescola serio e faceto in egual misura, e mentre ammette con divertita (auto)ironia di essere, come suo padre, “ultras del Napoli“, argomenta la scelta di diventare vitivinicoltore con Quintodecimo perché “non voleva vivere del ma col vino” senza però essersi precluso una carriera da ricercatore accademico, la stessa che l’avrebbe portato a fondare uno dei gruppi di ricerca tra i più forti al mondo in materia di scienza dell’olfatto. Ricerche queste che divulga, con straordinaria chiarezza anche per i non addetti ai lavori, nel libro “Il Respiro del Vino“, vero e proprio bestseller tra gli appassionati.







