Tra pre-modernisti, modernisti e post-modernisti

Da quando frequento il mondo del vino ho preso parte a innumerevoli degustazioni. Nessuna di queste, tuttavia, m’ha restituito il piacere pieno – speculativo oltre che edonistico – della verticale organizzata dai ragazzi di Tesori Liquidi, al secolo Francesco Mastrosimone e Francesco Bonomi, da Mario Fontana di Cascina Fontana.

E il motivo di ciò è presto detto: perché quella mattina, a Perno, è stato dimostrato un assunto di cui ero solo parzialmente consapevole: ovvero che non ha mai senso un’analisi del vino che non sia esattamente situata nel preciso contesto in cui quel determinato vino è nato, prescindendo dalle coordinate culturali, soprattutto, che ne hanno determinato i natali. E ciò accade perché il vino è una trasformazione di cui l’uomo è agente diretto e vantando, oltretutto, conclamate ambizioni di durata sia nel tempo della Storia che in quello dell’uomo (nelle storie), esso riverbera di tutto quanto è accaduto, ivi comprese eventuali rivoluzioni. (Soprattutto, le rivoluzioni…)

L’immaginario, insomma, dimostra di essere una delle variabili del vino, per sua natura sensibilissimo agli sbalzi (termici, tellurici, emotivi) cui viene sottoposto.  Così, poniamo, se i produttori di ultima generazione decidono di entrare in aperto conflitto con quelli della generazione precedente, ciò riecheggia nei calici con veemenza anche a distanza di decadi.