Non potendo o non volendolo farlo “a casa propria”, da quattro anni il gruppo EPI sceglie di ambientare l’evento di presentazione delle nuove annate di Biondi-Santi presso “milanesissime” dimore private.
Chi mi conosce sa quanto questa abitudine di delocalizzare il vino mi sia invisa: se c’è una materia impossibile da delocalizzare credo sia proprio il vino, eppure devo riconoscere che la scelta della dimora, ovvero della dimensione privata, intima, sposata da Biondi-Santi mi è ormai non solo familiare ma, in qualche modo, anche cara; una sensazione enfatizzata, quest’anno, dallo stupendo palazzo di via Vaina che già dall’esterno m’aveva colpita, per non dire atterrita, con l’imponente facciata “tatuata” dei ghirigori tribali di un gargantuesco glicine secolare.
L’evento si chiama “La Voce di Biondi-Santi” e ha il merito, dicevo, di calare gli invitati in una dimensione privata, una dimensione in cui sia il ceo Giampiero Bertolini che il direttore della cantina, Federico Radi, si concedono il lusso di esporsi apertamente, sottoponendo con umiltà le proprie scelte metodologiche e interpretative a una platea di addetti ai lavori per cui, e in particolare ciò vale per la sottoscritta, Biondi-Santi rappresenta un archetipo e, come tutti gli archetipi, è o dovrebbe essere quantomeno intoccabile.







