O, più propriamente, uno chef’s table dalle Dolomiti alla Laguna
Del Gritti abbiamo scritto tanto, per lo più sempre su carta. Che quello del Gritti è un mondo assai materico, dove tutto partecipa di un’esistenza solenne e frivola al contempo, quella della città di Venezia, città d’acqua, è vero, ma anche città di montagna per coloro che l’arco alpino lo vedono sempre e non solo nei giorni benedetti dello “stravedamento“, fenomeno battezzato con tinnula efficacia dai pescatori chioggiotti a indicare una visuale così nitida da sembrare sovrumana e tale che dalla laguna le Dolomiti sembra davvero di accarezzarle con mano, così come le accarezza da sempre Alberto Fol, chef del Club del Doge, dolomitico nei natali ma veneziano negli “uffici”.
Così per esperirlo appieno, questo “stravedamento“, l’esperienza da fare è quella del suo “tinello” contemporaneo che chiama Have a seat at my table, ovvero una dimensione intima e privata dell’esperienza culinaria al Gritti dove non solo la successione delle portate ma l’esperienza tutta offre il privilegio dell’effimero, inteso come performance, pur nella frugalità.
In questo contesto, facile comprendere come il menù cambi a seconda del mercato, a seconda della giornata, a seconda della dispensa e, perché no, anche a seconda della disposizione d’animo di Fol, che cucina, e vivaddio, con tutto e solo ciò di cui dispone quel giorno, e tutto davanti ai commensali per un minimo di due e fino a un massimo di otto persone.







